Il Tirreno

La storia

Elba, nella foto salvata dal cargo in fiamme la famiglia dimezzata sullo Sgarallino

di Luigi Cignoni
Elba, nella foto salvata dal cargo in fiamme la famiglia dimezzata sullo Sgarallino

Rino Antonini era imbarcato sulla nave Belluno. Quello scatto con moglie e figli era il suo tesoro. La consorte e il figlio Gianfranco morirono al largo di Nisporto: lui lo seppe due anni dopo

4 MINUTI DI LETTURA





Un’istantanea che fissa un momento felice della famiglia di Rino Antonini, prima che su di essa si abbattesse la tragedia dell’Andrea Sgarallino, il piroscafo battente bandiera tedesca, ma italiano, affondato da due siluri lanciati da un sommergibile inglese la mattina del 22 settembre di 80 anni fa, a poche miglia a largo di Nisporto. Sul traghetto trovarono la morte Gianfranco (8 anni, il primo a sinistra nella foto) il figlio e Maria Muti (36 anni), la moglie. C’è tutta una storia di vita vissuta dietro a questo scatto che Maria fece opportunamente recapitare al marito soldato, imbarcato come carpentiere sulla nave cargo ‘Belluno’.

La motonave faceva la spola dai porti del sud Italia al nord Africa, per foraggiare di armi e viveri le truppe italiane impegnate sul fronte. «La mamma – racconta Mauro – la inviò a nostro padre nel 1942, perché portasse con sé riunita tutta la famiglia, per sentirsi vicini a noi, anche se era lontano e in guerra». Oggi, staccata dall’album di famiglia e gentilmente concessa al Tirreno da Mauro (il figlio più grande, all’epoca 10 anni) e l’ultimogenito Fabrizio (di pochi mesi, in collo alla madre) gli unici sopravvissuti, ecco che torna di estrema attualità. Per non dimenticare, dicono. Ma soprattutto per rendere omaggio a chi non c’è più e tributare loro il giusto onore, nell’ottantesimo anniversario di quella sciagura, in cui morirono oltre trecento persone e fu considerata il più grave naufragio della marina mercantile italiana nell’ultimo conflitto mondiale. Ma veniamo al Belluno su cui era imbarcato Rino. Il piroscafo (di 4279 tonnellate di stazza lorda) fu costruito nel 1935 nei cantieri navali francesi con il nome di ‘Fort de France’. Giunse a Genova da Marsiglia il 10 gennaio 1943. Non è stato requisito dal Regia Marina. Infatti non lo troviamo iscritto nel ruolo del naviglio ausiliare dello Stato. Pur non essendo citato nell’elenco del naviglio ausiliario, risulta però essere confiscato e impiegato con bandiera ed equipaggio italiano, secondo quanto riporta l’Ufficio storico della Marina italiana nelle “Navi mercantili perdute”.

Lo troviamo presente nella battaglia del convoglio Cigno al largo dell'Isola di Marettimo il 16 aprile 1943. Coinvolte due cacciatorpediniere della Royal Navy britannica che attaccarono le unità navali italiane composte da due torpediniere di scorta al Belluno: le navi italiane contrattaccarono con decisione e pur perdendo la torpediniera Cigno riuscirono a respingere le britanniche, una delle quali affondò durante la ritirata per i danni subiti. Il Belluno invece arrivò indenne a destinazione. Il 4 maggio 1943 lo troviamo a Tunisi proveniente da Trapani. Doveva ripartire per l'Italia il 6 maggio.
La sera di quel giorno salpò dalla fonda di Korbous, nella penisola di Cap Bon, non molto distante da Hammamet, per far rotta in direzione Levante. Quando la motonave era a poche miglia da La Goletta, «ci trovammo – è lo stesso Rino a scrivere queste note dietro alla fotografia – sotto un gran bombardamento aereo angloamericano». Nonostante il fitto fuoco nemico che non accennava affatto a diminuire e le difficoltà oggettive del momento, la motonave raggiunse lo stesso l'entrata al porto di Tunisi. Fu ripetutamente colpita da bombe di aerei. Eppure, procedette con macchine ‘Avanti tutta’ con lo scopo d’incagliarsi vicino alle boe esterne del porto canale de La Goletta. Poi il comandante ordinò l’Abbandono nave, perché non più galleggiante. E tutti si misero in salvo.

«Fu allora – ricostruisce Fabrizio – che mio padre si ricordò che aveva a bordo la cosa a cui teneva di più: la fotografia della nostra famiglia. Senza pensarci troppo, si buttò in mare. Raggiunse il cargo che era pericolosamente piegato su un lato. Entrò in cabina e la staccò da sopra la sua cuccetta, dove l’aveva posizionata, come fanno i marinai. La mise sotto il berretto perché non si bagnasse e a nuoto raggiunse la riva».
Rino appunta, sempre sul retro della foto, con scrupolosa meticolosità: «Erano circa le 11,30 del 7 maggio 1943». Così il Belluno fu considerato perduto, in seguito all'occupazione anglo americana di Tunisi il 7 maggio 1943. Da questa data in poi (fino al 1945, anno della liberazione), iniziò l’odissea per Rino nei campi di prigionia, prima francesi e poi inglesi, senza più avere notizie della famiglia. Ma il momento più duro doveva ancora arrivare. «Quando tornò a Rio Marina nel 1945 – conclude Mauro – seppe dalla Croce Rossa quello che era successo alla moglie e al figlio Gianfranco. Di tutta la famiglia trovò in paese solo me e mio fratello Fabrizio».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web