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Annessi agricoli a Castagneto, Legambiente boccia il Piano di recupero

Annessi agricoli a Castagneto, Legambiente boccia il Piano di recupero

«Si ripristina la legalità non sanando l’abuso ma cambiando le regole»

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CASTAGNETO. Si chiama Piano di recupero del patrimonio edilizio esistente in zona agricola. Il 28 giugno è stato adottato dal consiglio comunale di Castagneto Carducci. Insomma, l’iter non è ancora concluso. Il 19 luglio è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione Toscana (Burt) l’avviso di deposito della deliberazione consiliare che di fatto fa scattare la finestra temporale per presentare osservazioni. Il termine è il 17 agosto, mentre per il rapporto ambientale e la sintesi non tecnica in merito alla procedura di valutazione ambientale strategica (Vas) il termine è l’1 settembre. Di sicuro tra le voci che si faranno sentire c’è quella del circolo Costa Etrusca di Legambiente che sul piano non nasconde le proprie perplessità.

La sindaca di Castagneto Sandra Scarpellini non ci sta a sentir parlare di condono mascherato: «Non possiamo fare altro che prendere atto che ci sono immobili nati per uno scopo, ma che nel tempo si sono trasformati in qualcos’altro. E lo facciamo con un percorso che mette insieme tutte le istituzioni che a vario titolo devono dare un loro contributo, a partire dalla Regione e la Sovrintendenza, per arrivare alla definizione di uno strumento di pianificazione corretto». In breve, i criteri per il cambio ad uso residenziale sono un minimo di 55 metri quadrati di superficie edificata, minimo 600 metri di resede di pertinenza, massimo 200 metri di distanza dall’acquedotto e che gli immobili siano stati realizzati entro il 2007.

«Di solito quando la “politica”, nazionale o locale che sia, inizia a spiegare una propria scelta dicendo subito cosa “non è”, vuol dire che gatta ci cova – sostiene il circolo del Cigno verde –. Salvini dice “la pace fiscale non è un condono…”, ma chi non ha rispettato la legge verrà “sanato”, alla faccia di tutti quelli che invece continuano a pagare le tasse e a garantire, così, i servizi fondamentali a tutti, compresi quelli “in guerra con il fisco”. “Fare la pace” in questi casi significa riconoscere l’impotenza e la non volontà dello Stato nel fare il proprio dovere per garantire i diritti, derivanti dal rispetto di un dovere di tutti: pagare le tasse! Come definire la scelta politica con la quale, davanti al non rispetto delle condizioni di legge o regolamenti in base alla quali hanno potuto realizzare un proprio obiettivo, l’ente pubblico responsabile, invece di intervenire per ripristinare il rispetto della legge, prende atto dell’illegalità e decide di cambiare legge o regolamento in modo che tale l’abuso diventi regolare, autorizzato e legale? – si chiede – Che cosa devono pensare quelli che invece negli anni hanno sempre rispettato e attuato le condizioni per le quali avevano avuto l’autorizzazione a realizzare quanto richiesto? Come definire una situazione nella quale la legalità è stata violata e viene ripristinata non perché l’abuso è stato scoperto, sanzionato e ripristinato, ma perché si cambia la legge e ciò che era proibito diventa autorizzato?». E sottolinea: «Si badi bene, non significa cambiare le regole per il futuro, ma cambiare quelle del passato a giochi fatti, per venire incontro a chi ha “barato”». E conclude: «E non si parla di quisquiglie, errori della burocrazia, bensì di un’operazione che cambia il valore di un manufatto da “100 a 10mila”! Che apre la strada a futuri nuovi “riconoscimenti”, di realtà mutate e di impotenza dei controlli pubblici, perlomeno uno ogni 5 anni».

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