Gioco
Piombino, la notte più buia al rifugio del Castello: decine di vittime per la bomba alleata
12 maggio 1944: fortissime esplosioni sconvolgono la città medievale
Era il maggio del 1944 e le armate alleate, inchiodate da mesi a Anzio e Cassino, preparavano Diadem, lo sfondamento delle linee tedesche, la liberazione di Roma e la corsa verso la linea dell’Arno e la linea gotica. La loro aviazione, padrona del cielo, martellava il sistema di comunicazioni in mano tedesca: ponti, strade, ferrovie venivano devastate senza pietà, notte e giorno. Questa violentissima campagna aerea, iniziata il 22 marzo, aveva un nome eloquente: strangle. Tra gli obiettivi da battere, per strangolare le armate tedesche, c’erano ovviamente i porti tirrenici. E tra i porti da colpire, Piombino.
Era il periodo più duro della guerra e probabilmente della millenaria storia della comunità piombinese. Molti erano sfollati, lasciando tutto, cercando riparo nei paesi vicini. Molti non ebbero questa possibilità e dovettero rimanere. Era il tempo della fame e della paura, delle sirene e dei rifugi. La notte tra il 12 e il 13 maggio del 1944, notte di luna calante, l’allarme suonò presto, seguito subito da un bombardamento ininterrotto che durò alcune ore. I bimotori Vickers Wellington, appartenenti al No. 205 Group della Royal Air Force, giungevano dalla Puglia isolati, al massimo a coppie. A volte, fra l’uno e l’altro, decine di minuti di snervante attesa. Il loro arrivo era scandito dal tiro indiavolato della Flak, la contraerea tedesca, e dalle lame di luce dei riflettori. Uno spettacolo terribile. Il rombo assordante di motori sulla città e il boato delle esplosioni sul porto e le acciaierie. Poi, un ronzio sempre più lontano. Nel rifugio del Castello, costruito dalla Società Ilva tra il 1942 e il 1943 per le proprie famiglie e destinato ad essere ampliato dal Comune di Piombino, opera mai terminata, l’aria si fece ben presto irrespirabile. La calca era infernale, il numero dei rifugiati superava di tre volte la capienza massima. Molti uscivano a prendere aria, altri a osservare il bombardamento.
Quando arrivò la bomba, inaspettata, gli ultimi ritardatari stavano raggiungendo l’ingresso. I due carabinieri Soldani e Piagentini, comandati al rifugio, erano al loro posto, moschetto a tracolla, fedeli alla loro consegna. Bruna Damiani, tredici anni, era con i fratelli Alma, Mario e Pierina. Un lampo e un tuono. Lo sperone del castello si sbriciolò, travolgendo l’ingresso del rifugio. L’onda d’urto provocata da centinaia di kg di esplosivo fu devastante. Non ci fu scampo, decine le vittime e i feriti fra polvere e calcinacci. Di alcuni, non restò nulla.
Pochi istanti prima, una serie di fortissime esplosioni avevano sconvolto per sempre ampie porzioni della Piombino medievale. Un bimotore inglese, disorientato, aveva sganciato in anticipo le sue bombe: una striscia di fumo e macerie si allungava tra piazza dei Grani, il Borgo alla Noce e il Castello.
Iniziò immediata l’opera di soccorso alle persone intrappolate. Vigili del fuoco, carabinieri, semplici popolani. Persino soldati della Wehrmacht. Una corsa contro il tempo. Si cercava il miracolo. E il miracolo avvenne: alle prime luci del nuovo giorno, da una breccia lungo via del Coro, iniziarono a riemergere i primi bambini, seguiti nelle ore successive da centinaia di sopravvissuti di ogni età. Bambini sporchi, sconvolti, terrorizzati. Ma vivi. Il bilancio di quella notte fu pesantissimo: 44 morti. Vittime innocenti di “una guerra ingiusta”, recita la targa li ricorda e che il sindaco Francesco Ferrari scoprirà domenica 14 maggio 2023.
Marmo che finalmente renderà giustizia a chi, in quella lontana notte di primavera, perse la vita, tributo doveroso della nostra città alla memoria, perché il sacrificio di tanti innocenti sia di esempio e monito alle future generazioni.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
