La manifestazione
Addio a Renzo Berti, liberale e anarchico
Aveva 98 anni: le ceneri deposte ai piedi della pieve di San Giovanni
CAMPIGLIA. Renzo Berti “il liberale, l’anarchico”, come è il sottotitolo del suo libro autobiografico curato da Ado Grilli, non c’è più. Le sue ceneri sono state deposte al cimitero di Campiglia Marittima, ai piedi della Pieve di San Giovanni, negli ossari riservati alle persone che hanno dato lustro al paese, per la loro dedizione. Berti era nato a Campiglia Marittima il 22 ottobre 1925 ed è morto il 9 gennaio. Avrebbe compiuto 98 anni. La mattina del 18 gennaio, alla presenza dei familiari, figli e nipoti della sorella, delle persone che lo assistevano e lo aiutavano in casa e della sindaca di Campiglia Alberta Ticciati, i resti mortali di Berti sono stati inseriti nell’ossario al cimitero comunale, accompagnati da ricordi e dalla lettura delle parole che saranno incise sulla pietra sepolcrale, a firma della nipote Maria Concetta Terrana.
Figura molto conosciuta in paese e nell’ambiente della sanità Berti, per essere stato dipendente dell’ospedale di Maremma a Campiglia Marittima, dove fu segretario del consiglio di amministrazione fino al 1980. Non era d’accordo con la chiusura dell’ospedale che sarebbe avvenuta di lì a pochi anni e decise, avendone i requisiti, di andare in pensione. Chi lo ha conosciuto in quel ruolo di segretario, come Grilli e Gianfranco Benedettini, all’epoca giovani impiegati dell’ospedale, sottolineano che «nel campo amministrativo non aveva pari, nutrivamo una sorta di sudditanza nei suoi confronti, quella che viene quando capisci che hai di fronte un monumento di cultura e sapienza legislativa».
È documentato che un mattino di novembre del 1943, a seguito di un rastrellamento condotto a Campiglia Marittima dalle guardie repubblicane e da soldati tedeschi, Berti fu fermato e portato in caserma. Lì, presenti un ufficiale tedesco e numerosi fascisti, fu interrogato su presunte attività partigiane, venne percosso, arrestato e rinchiuso nella prigione della Casa d’Italia a Piombino dove rimase per dieci giorni, privo di vitto. Fu rilasciato con l’obbligo di rispondere alla chiamata alle armi della propria classe. Arruolato, fu inviato presso una batteria tedesca a Guasticce, da dove fuggì nella notte tra l’8 e il 9 gennaio del 1944, insieme al caporalmaggiore Umberto Lencioni, dopo aver trascorso un’intera giornata legato a un cannone, a seguito del suo rifiuto di prestare giuramento a Hitler.
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