Sicurezza
Litio, l’oro bianco dell’Elba: «Impossibile da estrarre»
Tanelli, ex presidente del Parco nazionale dell’arcipelago toscano: «Il monte Capanne ne è ricco, ma è antieconomico»
PORTOFERRAIO. Nelle viscere dell’Elba c’è un tesoro. E non è il ferro, per millenni estratto nel versante orientale dell’isola. La parte occidentale dello scoglio è ricca di uno dei metalli più ricercati dai mercati: il litio. Il minerale a cui è legata a doppio filo l’economia green – con esso si realizzano ad esempio le batterie per le auto elettriche – ha un prezzo di 80 dollari al chilo ed è chiamato l’oro bianco del terzo millennio. «Il valore sul mercato non deve però trarre in inganno – spiega Giuseppe Tanelli, ex presidente del Parco nazionale dell’arcipelago toscano e, restando in tema di minerali, geologo e ordinario di Georisorse all’Università di Firenze –. Estrarlo dal monte Capanne è impensabile: uno scenario da fantascienza tanto per l’impatto ambientale, quanto per i costi economici».
A rilanciare il dibattito sulle riserve di litio, non solo all’Elba ma in tutta Italia, è un studio di Andrea Dini, ricercatore dell’istituto di Geoscienze e georisorse del Cnr di Pisa, che con Pierfranco Lattanzi, Giovanni Ruggieri ed Eugenio Trumpy. Guarda caso degli ex allievi dell’elbano d’adozione. Se da una parte sottolineano come il granito elbano possa contenere «3.000 mg/kg di litio», loro stessi seguono il loro maestro e definiscono «impensabile» un’industria estrattiva. Questo sebbene una cava grande mezzo chilometro quadrato e profonda 50 metri, possa produrre 50mila tonnellate di carbonato di litio. Che, tradotto in soldi, significa 4 miliardi di dollari.
Un potenziale affare che alcune imprese del settore minerario avevano fiutato già in passato. Nel 2012 un’associazione pistoiese chiamata Lithium chiese ed ottenne dalla Regione l’autorizzazione ad eseguire la raccolta e lo studio di campioni di minerali in un’area tra i paesi di San Piero e Sant’Ilario, nel Comune di Campo nell’Elba. Un’area confinante col Parco nazionale dell’arcipelago toscano e col Sito di interesse comunitario e Zona di protezione speciale di Monta Capanne-Promontorio dell'Enfola. Ma se il progetto non è andato avanti non è solo per questioni legate alla salvaguardia ambientale.
«Il problema è che per estrarre il litio elbano servono talmente tante risorse da metterlo fuori mercato – spiega Tanelli –. Per ricavare l’oro bianco ci sono due procedimenti. Il primo è grazie ai fluidi geotermici: l’acqua piena di litio viene intercettata in profondità e portata con una tubazione a un impianto in superficie che estrae il litio in maniera diretta. Il secondo è l’estrazione in roccia come avviene in Australia o Canada: si apre una cava, si macina il materiale estratto, lo si fa interagire con delle soluzioni e alla fine si ottiene il litio».
«È facile capire come l’impatto ambientale sarebbe devastante e come questo tipo di attività non possa essere avviata in un Parco nazionale. Ma non è tutto – prosegue Tanelli –: per effettuare questa lavorazione bisognerebbe affrontare delle spese energetiche insostenibili, ancor più alla luce dell’aumento dei costi di quest’ultimo periodo».
«Certo – conclude Tanelli – in Australia si sta studiando la possibilità di utilizzare dell’energia green. Ma al momento non è ancora possibile alimentare l’estrazione con pannelli solari o pale fotovoltaiche». Insomma, piaccia o non piaccia, l’ipotesi di sfruttare il litio elbano appare «impensabile e fantascientifica». Una volta tanto è l’economia a dare una mano all’ambiente.
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