Gioco
Rigassificatore: il freno del ricorso «Così si bloccano gli investimenti»
I firmatari dell’appello per lo sviluppo chiedono impegni sul memorandum
PIOMBINO. Mettono in fila due slogan i firmatari dell’Appello per il lavoro e lo sviluppo a Piombino. Il primo “Piombino non deve chiudere”. E il secondo: “Piombino può anche chiudere”. Starebbe in questa contrapposizione quanto sta accadendo in merito alla vicenda del rigassificatore in porto.
A sostegno delle loro ragioni richiamano alcuni dati. «Sarebbero mille le persone che si rivolgono alle strutture gestite dai volontari per avere un sostentamento, un incremento che viene stimato pari al 30 per cento, rispetto al periodo precrisi». È il dato del dossier elaborato dalla Caritas diocesana. Che proseguono: «Il quadro che emerge non è che la triste e inevitabile conseguenza del logoramento del tessuto industriale locale, che si è verificato dopo la chiusura dell’area a caldo ad aprile 2014, portando a una perdita netta di 1.300 posti di lavoro e alla chiusura di circa 150 imprese». C’è ancora un altro dato: «Una città che mostra una composizione del reddito a dir poco preoccupante, con circa il 40 per cento di redditi da pensione e una componente non trascurabile di cassa integrazione».
Fatto il quadro parlano di «commedia degna del miglior Teatro dell’Assurdo». E lo fanno riferendosi al «ricorso al Tar promosso a spese dei cittadini, per la modica cifra di 33mila euro, nel tentativo di impedire l’attuazione di quel memorandum, presentato dalla Regione, finalizzato a portare sul territorio un piano di investimenti pari a circa 800 milioni di euro – sostengono –. Un piano che si pone l’obiettivo di dare un forte impulso al rilancio del mondo del lavoro, dal settore industriale, con la riduzione dei costi energetici del 50 per cento, prevista anche per le famiglie, alla logistica portuale, con 145 milioni di euro di investimenti, al turismo, alle bonifiche ambientali e all’economica del mare, oltre a risolvere importanti criticità infrastrutturali». Per i firmatari dell’appello «invece di protestare per cercare di migliorare il memorandum, di agevolarne la rapida attuazione, per esempio adottando metodologie di natura commissariale, allo scopo di alleviare la pesantissima crisi che ci attanaglia, ci si adopera per bloccare un ingente investimento pubblico per la promozione dello sviluppo e del lavoro, in un contesto piuttosto serio e preoccupante, in quanto suscettibile di ulteriori peggioramenti». E concludono: «John Adams ci ha insegnato che il povero ha la coscienza pulita, eppure si vergogna, evidenziando come il disagio, l’emarginazione e la povertà siano sostanzialmente ignorati. Il povero, quindi, passa attraverso gli sguardi degli altri e vive l’esperienza dell’invisibilità. Forse è per questa ragione che, nell’arco di circa un decennio siamo passati dalla memorabile manifestazione, dal titolo Piombino non deve chiudere a Piombino può anche chiudere, ovviamente senza alcuna proposta alternativa e con buona pace di chi quella crisi la sta subendo».
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