Il Tirreno

Quando si salutava il Molo Gallo e la nave salpava per Caracas

di Franco Marianelli
La mamma e i tre figli (da sinistra Giacomo, Marisa Silvia e in basso Fabio)
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La mamma e i tre figli (da sinistra Giacomo, Marisa Silvia e in basso Fabio)

La nostra storia. Un libro del professor Maurizio Vernassa dell’Università di Pisa sulle migrazioni dall’isola: nel 1865 numerosi elbani si stabilirono in Venezuela

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PORTOFERRAIO. Il viaggio in nave da Portoferraio a Piombino fu nulla in rapporto a quello lungo un mese che da Genova ed altri porti italiani portava le famiglie elbane nella lontana Venezuela. Alcuni salutarono per sempre la Torre del Molo Gallo per rimanere a Caracas e dintorni per tutta la vita, altri per tornare nella natia isola dopo molti anni. A studiare la storia della emigrazione italiana in quel paese (accanto ad altri passaggi sulla storia dei rapporti del nostro paese con quello sudamericano) Maurizio Vernassa, docente universitario del dipartimento di Scienze Politiche all’Università di Pisa, con il testo “Emigrazione, diplomazie a cannoniere” edito già nel 1980 e recentemente ristampato. L’opera ruota intorno alla figura di Pilade Del Buono, parlamentare elbano di Poggio (Marciana) e imprenditore illuminato, che fondò intorno al 1900 un’impresa al fine di sfruttare le miniere venezuelane di carbone di Naricual. A causa delle guerre civili in quel paese l’opera però non decollò. Peraltro il nostro era il nonno dello scrittore Oreste Del Buono.

«Nel dicembre del 1865 -scrive Vernassa – un certo numero di toscani, in prevalenza elbani e lucchesi della Valle del Serchio, partirono da Livorno ove si era formata una compagnia di barche per il trasporto e si stabilirono in Venezuela. Ma i risultati non furono brillanti – prosegue Vernassa – in quanto molti di essi, visti i magri guadagni, decisero dopo pochi anni di tornare a casa».

Di particolare effetto una lettera ritrovata dal docente scritta da un anonimo contadino elbano già emigrato e rientrato nell’isola che scoraggiava gli isolani a ripercorrere la sua esperienza: «Poveri contadini sacrificati a bonificare immense paludi mortifere,le malsane lande sconfinate del Venezuela dove impera la morte che col suo scettro miete chi la sfida. Come figlio dell’onesta plebe che lavora - prosegue il contadino che di certo non difettava in oratoria – mi arrogo il diritto d’alzar la voce contro l’egoismo bruto , il turpe mercanteggiare dei grandi sfruttatori… Le fertilissime terre del Venezuela – è sempre l’emigrante pentito a parlare – non valgono le nostre montagne di ferro e i nostri picchi di granito». E poi un riferimento alla guerra civile con il risultato che sia i rivoluzionari, sia i governativi saccheggiavano la popolazione ivi compresi i poveri emigrati. «Che ne sarà di voi perduti tra le paludi del mondo ? - è il malinconico se non lugubre monito finale -Chi vi difenderà dagli insulti e dai soprusi ? Nessuno -risponde da solo l’anonimo estensore – Le orde di devastatori vi distruggeranno il lavori di anni,vi ruberanno i frutti del vostro lavoro,vi calpesteranno ciò che avete di più sacro ovvero l’onore della famiglia». Difficile che dopo la pubblicazione della cronaca di questa esperienza qualcuno dall’isola sia di nuovo emigrato. Chi invece non si sfiduciò fu proprio Del Buono che il 20 febbraio del 1902 partì con un vapore da Portoferraio per raggiungere le citate miniere di carbone di Naricual, da lui già acquisite ad affidate ad una colonia di minatori italiani. Il Corriere dell’Elba - ricorda Vernassa – salutò con parole accorate la partenza: «La giornata aveva l’aspetto di una di quelle città tropicali cui cielo e mare pare che sorridano, una precoce aura d’aprile spirava…» e poi la citazione dei nomi dei partenti per poi evidenziare «la facce maschie dei minatori che sorridono lagrimando». Ma l’impresa fallì. Aveva proprio ragione il contadino. Notoriamente con “spalle larghe e cervello fino”.


 

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