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cronaca

Morì a 17 anni nell’incidente in auto, familiari risarciti per 300.000 euro

Raffaella Turco perse la vita alla Valdana sbalzata fuori dalla Clio guidata dall’amico. La sentenza civile dopo quella penale: il conducente ha patteggiato un anno e otto mesi


22 giugno 2022 Stefano Taglione


PORTOFERRAIO. Un risarcimento di 146.923,78 euro per la madre Ida Magri, di 110.192,84 per il padre Raffaele Turco e di 18.365,48 ciascuno per i fratelli Gorizio e Filomena. Oltre 300.000, in tutto, con gli interessi. Lo ha deciso il tribunale di Livorno dopo l’incidente alla Valdana che il 25 ottobre del 2017 costò la vita alla diciassettenne Raffaella Turco. I familiari, assistiti dall’avvocato Alessio Celli, avevano chiamato in causa il conducente dell’auto dove viaggiava la figlia (il venticinquenne Samuel Ciummei di Rio Marina) e la compagnia assicuratrice che copriva la polizza sulla Renault Clio andata distrutta, la Vittoria. La società, in sede stragiudiziale, aveva già pagato ai parenti della ragazza 200.000 euro (80.000 a testa ai genitori e 20.000 ciascuno per il fratello e la sorella): una somma ritenuta risibile – scrive nella sentenza la giudice Elisabetta Carta della sezione di Portoferraio facendo riferimento alle parole dei familiari – e che era stata trattenuta in acconto sulle maggiori somme dovute».

L’incidente

Raffaella viaggiava sui sedili posteriori dell’utilitaria – «senza indossare le cinture di sicurezza», secondo il perito incaricato dal tribunale – ed è morta sul colpo sbalzata fuori dal mezzo. A bordo con lei, oltre a Ciummei che guidava e ha patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per omicidio stradale, anche Simona Russo e Nicolas Puddu, sopravvissuti. «In prossimità dell’incrocio per Lacona, poco dopo essere uscito da un tratto curvilineo ad ampio raggio volgente a destra secondo la sua direzione – si legge nella sentenza che ricostruisce l’incidente – Ciummei ha perso il controllo non essendo in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizioni di sicurezza. Nella circostanza sbandava e urtava con il lato destro del veicolo il cordolo rialzato di cemento del canale per lo scolo delle acque piovane, posto al margine destro della carreggiata stradale. Il veicolo continuava senza controllo ad impattare in più punti il cordolo di cemento per 53 metri e successivamente cambiava direzione proseguendo verso sinistra obliquamente, fino a raggiungere il ciglio stradale del margine stradale opposto, percorrendo ulteriori 27 metri». Secondo il perito il giovane viaggiava una velocità di «110/115 chilometri orari al momento in cui ha perso il controllo» della Clio.

La causa

Il tribunale ha riconosciuto un concorso di colpa per l’80% di Ciummei (contumace) che «oltre a procedere a velocità eccessiva e superiore al limite consentito, non era in grado di mantenere il controllo del veicolo in condizioni di sicurezza» per il 20% della ragazza deceduta che non indossava le cinture di sicurezza. «In sostanza il guidatore – scrive la giudice – non ha regolato la velocità in relazione alla curva che stava per percorrere e in relazione alle caratteristiche dell’auto la massima velocità da mantenere per non causare la fuoriuscita del veicolo poteva essere di 104 chilometri orari o anche inferiore, in considerazione del cattivo stato degli pneumatici anteriori». Fra l’altro il giovane, all’epoca ventenne, «non avrebbe potuto guidare la Clio di sua proprietà avendo conseguito la patente B il 15 maggio 2017 a causa della potenza specifica del veicolo e che gli pneumatici anteriori erano usurati oltre il limite di legge».

Parla l’avvocato

La famiglia sta valutando l’appello su due fronti: il primo la disparità di risarcimento economico fra madre e padre, conviventi. Poi sul concorso di colpa ravvisato dal tribunale. «Imputare a una minorenne il mancato uso delle cinture quando in auto non ci sono i genitori – dice l’avvocato Alessio Celli di Montecatini Terme – non corrisponde a ciò che dice la legge». l

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