La protesta
Prima fugge con la famiglia, poi torna in Ucraina da Piombino: «Non ce la faccio, devo aiutare il mio Paese»
La scelta di Sergii, medico ospedaliero: in più di un’occasione aveva ordinato biglietti aerei ma amici e familiari hanno cercato di farlo riflettere fino all'ultimo
PIOMBINO. Se la maggior parte delle persone sta scappando dalla guerra, c’è invece chi sceglie di restare in Ucraina o addirittura di tornarvi dopo aver trovato protezione altrove. Proprio come hanno fatto Sergii Adamov e la sua famiglia. Il medico cinquantenne era riuscito a lasciare il suo paese subito dopo l’invasione russa insieme alla moglie Elena, la figlia Anna e il nipotino Damir, di due anni. Ha affrontato un lungo e faticoso viaggio con la sua auto arrivando in Italia. Ha sentito parlare di Piombino, così si è informato e guidato fino all’hotel Phalesia. Ma tra la fine di marzo e l'inizio di aprile Sergii se ne è andato, non riusciva a starsene così tanto lontano dalla sua Zaporizhia.
Proprio là esercitava la professione di medico al pronto soccorso dell’ospedale. «Ha deciso di tornare a casa per dare una mano – dice Viktor Fedyshyn, associazione La Rondine – visti i tanti, troppi feriti da curare, specie in una zona particolarmente martoriata dai bombardamenti come quella. In realtà è dal primo giorno che diceva di voler tornare a casa al punto che in più di un’occasione aveva ordinato biglietti aerei ma abbiamo cercato di farlo riflettere e non farlo andare via. Alla fine però, anziché prendere un volo ha rimesso in moto l’auto ed è tornato in Ucraina».
«Siamo diventati subito amici – confessa Maurilio Campani, presidente soci Coop – e in realtà si è reso molto utile durante la sua permanenza a Piombino elargendo consigli medici a tutte le mamme presenti in particolare circa le vaccinazioni dei loro piccoli. Conoscendo perfettamente l’inglese ha dato anche una mano alla reception insieme ad Anastasia, insomma ormai era diventato per tutti un punto di riferimento». Campani e gli altri hanno più volte tentato di dissuaderlo ma se Sergii non è tornato sui suoi passi, la famiglia ha fatto altrettanto dato che ha voluto seguirlo a tutti costi. «L’ho contattato telefonicamente – dice Fedyshyn – ma la linea era molto disturbata. Sono comunque riuscito a capire che si trovano già in Ucraina ma non hanno ancora raggiunto Zaporizhia. Saluta tutti, mi pareva tranquillo». Al Phalesia i bambini hanno pensato di scrivere su un foglio bianco “Saluti dagli amici italiani e ucraini alla famiglia di Sergii”. Un dolce messaggio già arrivato a destinazione.
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