Sicurezza
Al Phalesia 46 profughi: «Ci sparavano addosso»
Lunedì sera l’arrivo di mamme e bambini Ferrari: «Questa città ha un grande cuore»
PIOMBINO. Si guardano intorno per mettere a fuoco il nuovo ambiente, qualcuna all’ingresso assaggia l’aria che il forte vento di scirocco rende ancora più salmastrosa, altre ingannano il tempo fumando una sigaretta. Lunedì è arrivato a Piombino il primo gruppo di profughi ucraini, 46 in tutto, principalmente donne con i loro bambini che ora si trovano ospiti dell’Hotel Phalesia individuato dalla Prefettura come punto logistico per l’accoglienza. Struttura che allertata pochissimi giorni fa, ha aperto appositamente organizzandosi in tempo record grazie anche alla collaborazione di Ospita srl. Presente al loro arrivo il sindaco Francesco Ferrari. «Voglio dare il benvenuto della città a queste persone che stanno vivendo il dramma della guerra – ha detto – dovendo abbandonare la propria terra e talvolta anche padri e mariti. Ringraziamo le tante associazioni di volontariato che già nei giorni scorsi, con la task force attiva in comune, si sono rese disponibili con grande efficienza per far avere a chi arriva tutto il necessario. Ancora una volta Piombino ha dimostrato di avere un grande cuore».
Alla reception c’è anche Maurilio Campani, presidente soci Coop impegnato a trasportare beni di prima necessità, soprattutto prodotti per bambini come latte in polvere, dalla sede di Corso Italia all’Hotel Phalesia, Vicktor Fedyshyn e altri dell’associazione La Rondine e sua moglie Anastasia Fedyshyn che si propone di farci da interprete.
Irina è magra, altissima e parla un perfetto inglese, nella sua città lavora come impiegata ed è scappata da Dnipro insieme alla mamma avvocato e i due gemellini di tre anni e mezzo, Anna e Maxim. «Mio marito è rimasto là – racconta – a disposizione del Governo. Noi siamo riusciti a viaggiare con la nostra auto. Un viaggio di due giorni in cui abbiamo attraversato Moldavia, Romania, Ungheria e alla fine siamo arrivati qui. Se potessi tornerei anche subito in Ucraina, quella è la mia casa». Man mano che passano i minuti il salone si anima sempre di più, sta per iniziare un meeting nella sala riunioni, e l’attesa è l’occasione per incrociare storie e cercare un conforto. Natalia Plakhtiienko ha 38 anni e una figlia di 12 Viktoria, fuggita dalle bombe insieme a lei. «Arrivo da una città vicinissima a Kiev – dice – dove lavoravo nella contabilità ma ora è totalmente distrutta, non esiste più. Siamo partiti appena è scoppiata la guerra, mio marito è ancora là a combattere. I militari russi uccidono chiunque e occupano le case non ancora bombardate, inoltre ci facevano scendere nei bunker dopo averci sequestrato i cellulari per tagliare ogni forma di comunicazione. Le strade sono minate e non avevamo idea di dove si trovasse il corridoio verde ma alla fine siamo riusciti a scappare, un lungo viaggio che ci ha portati in Italia, dove non ero mai stata finora».
È proprio Natalia a indicarci un’altra donna, sua concittadina, ma con un racconto (semmai fosse possibile) ancora più travagliato. Larissa Prokopets, questo il suo nome, ha lo sguardo perso nel vuoto mentre racconta nella sua lingua gli orrori della guerra. Nei suoi occhi, inumiditi dalle lacrime, la paura di chi ha visto la morte in faccia ma anche il coraggio di chi non si è arreso ad un atroce destino, cercando per sé e per suo figlio Anton di 8 anni qualcosa di meglio. «Mentre correvamo – racconta – cadevano le bombe e i soldati ci sparavano addosso. Le macchine, compresa la mia, erano ormai inutilizzabili così abbiamo dovuto fare a piedi il percorso fino ad un ponte semidistrutto che però ci apriva la strada verso il corridoio verde. Non saprei dire quanto abbiamo camminato, era troppa l’angoscia per riuscire a quantificare i chilometri». Larissa, che in Ucraina lavorava in una Spa, ha anche una figlia 23enne rimasta là con il marito e i bambini in una zona attualmente meno colpita dagli attacchi russi, ma non per questo definibile come sicura. «Io e Anton – racconta- siamo partiti l’8 marzo, arrivati in Italia quattro giorni dopo ed infine a Piombino il 14». Nel mezzo c’è un tragitto su un affollatissimo treno diretto a Leopoli raggiunto grazie ai volontari ucraini e polacchi, ed un altro viaggio da Varsavia a Firenze. «Una famiglia russa che vive lì da moltissimo tempo- dice- ha spedito dei soldi affinché molte persone come me potessero affrontare il proseguo del viaggio. Da Firenze siamo poi saliti su un autobus per Livorno ed infine raggiunto Piombino grazie alla Misericordia». Alla Bychkova lavorava come ragioniera a Zhytomur, è arrivata con i figli Danil e Kyril di sei e tredici anni mentre il loro padre, ancora una volta, è rimasto in Ucraina. «Siamo scappati grazie all’aiuto dei volontari – spiega – e affrontato tre giorni di pullman per raggiungere l’Italia dove in realtà ero già stata, infatti quando mi è stata detta la destinazione, è suonata subito come familiare». Per uno strano scherzo del destino, Alla aveva scelto di festeggiare il Capodanno 2022 proprio a Livorno con la sua famiglia, dove contava di tornare in vacanza la prossima estate.
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