Il Tirreno

Rock, psichedelia e... Marx I Misère de la Philosophie

Da sinistra Giacomo Biancalana, Sebastiano Taccola e Michele Pineschi
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Da sinistra Giacomo Biancalana, Sebastiano Taccola e Michele Pineschi

A metà strada tra cantautorato e letteratura c’è il mondo creato da tre amici piombinesi

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Misère de la Philosophie: rock psichedelico per un concerto-spettacolo che è pura narrazione.

A metà strada tra il cantautorato italiano e la narrazione letteraria si trova una terra fatta di emozioni in cui i temi della filosofia si applicano all’attualità e vengono divulgati attraverso la musica. Un tappeto rock affatto aggressivo ma psichedelico anzi, di “atmosfera”, come lo definiscono Sebastiano Taccola, Giacomo Biancalana e Michele Pineschi, ovvero i tre giovani piombinesi della band “Misère de la Philosophie”. Un nome scelto dal gruppo nel 2010 al momento della formazione (nel frattempo quasi totalmente mutata) e che si presenta come un chiaro manifesto delle proprie intenzioni concettuali, trattandosi del titolo di una celebre opera di Karl Marx in cui il pensatore tedesco contesta la filosofia della miseria di Proudhon che concepiva il valore del lavoro come espressione figurata. I brani, scritti di loro pugno, sono pertanto studiati, mai convenzionali e uniti da un fil rouge narrativo che permette all’ascoltatore di costruire traccia dopo traccia un racconto di senso compiuto calato in un contesto musicale deciso e dal coinvolgente graffio rock.

La band ha già compiuto 12 anni?

(Risponde Sebastiano) «Sì, la band è nata nel 2010 ma nel tempo ha subito vari avvicendamenti tanto che sono rimasto il solo della formazione originale, ma dal 2018 ci siamo finalmente assestati».

Chi siete?

«Sebastiano Taccola (voce, chitarra, xaphoon), Michele Pineschi (organo, sintetizzatore, basso, cori) , Giacomo Biancalana (batteria, cori) ».

Che genere fate?

«Rock psichedelico che molto attinge dalle sonorità della psichedelia anglosassone- americana dagli anni’60 ad oggi. Un genere che sta andando fortissimo in tutto il mondo, fatta eccezione per l’Italia».

Come lo descrivereste a chi non ne conosce le sonorità?

«Il nostro è un rock fluido e dalle sonorità aperte che a tratti sembra convergere nella musica ambient. È un rock d’atmosfera».

Qual è la vostra cifra?

«Cantare in italiano anziché in inglese. Il tentativo è quello di combinare il rock psichedelico con la nostra tradizione cantautorale, a partire da De Andrè e De Gregori».

Avete sempre cantato solo in italiano?

«Solo in una primissima fase nel 2010 provammo a scrivere alcuni pezzi in lingua, ma dal momento che la band si è ufficialmente formata abbiamo subito abbandonato l’idea ed abbracciato quella di cantare in italiano. È da sempre la nostra linea».

Vi capita di riadattare alcuni pezzi di artisti italiani?

«Ciò che proponiamo è tutto materiale inedito, tuttavia suonando dal vivo è capitato di proporre qualche cover secondo le nostre sonorità ma sempre in maniera molto misurata. In passato abbiamo rivisitato brani di Vasco Rossi e suonato per eventi-tributo a De Andrè».

Vi capita di improvvisare sul palco?

«Moltissimo ed è una cosa che ci diverte. Ogni volta esce fuori qualcosa di diverso, poi naturalmente la scaletta cambia a seconda della location dove ci troviamo e del tipo di pubblico che abbiamo davanti. L’improvvisazione è tipica del jazz… Infatti noi ascoltiamo autori come Miles Davis e il nostro batterista studia jazz con un grande professionista».

Qual è il vostro posto ideale per un live?

«Tutti e nessuno, ma potendo scegliere i piccoli club dove si crea una maggiore interazione con il pubblico grazie all’atmosfera più calda ed intima».

Qual è il vostro atteggiamento sul palco?

(Risponde Sebastiano) «Ultimamente suoniamo con gli occhiali da sole e spesso mi siedo su uno sgabello. Per me che sono particolarmente timido questi gesti assumono grande importanza, diventando una sorta di coperta di Linus».

Ti danno sicurezza?

«Sì, e comunque lascio parlare la musica. Poi in realtà, molti ci hanno fatto notare di esserne rimasti colpiti e depistati perché vedendo il cantante seduto ci si immagina tutto meno che di assistere a un concerto rock dalle sonorità acide».

Chi scrive le canzoni?

(Risponde Sebastiano) «Io scrivo i testi e incido un demo da sottoporre all’attenzione degli altri, a quel punto lo suoniamo live operando delle modifiche. Alla fine è sempre un lavoro di equipe».

Quali sono i contenuti?

«Nella nostra storia abbiamo inciso due album “Ka-meh” uscito nel 2014 e “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria” del 2018, due Ep (2020) ed un singolo di Natale in cui i pezzi non sono mai indipendenti ma sempre legati insieme formando un concept album. Tendenzialmente i pezzi nascono da una serie di letture che evocano immagini da cui partire. Alla fine cerchiamo di creare una continuità, una narrazione sia tematica che di atmosfera che poi riproponiamo anche nei live. Di certo non c’è niente di autobiografico».

Al di là della letteratura ci sono attinenze con il mondo reale?

«Assolutamente, tutti i contenuti vengono risemantizzati a partire dalle esigenze dell’attualità, seguiamo molto la politica e le questioni sociali, infatti nei due Ep (specie nel secondo) emerge la questione dei subalterni nella società odierna».

Vi riferite ai due Ep del 2020?

«Sì, “Indoor Sabba” e “Indoor Sabba II” sono stati realizzati durante il lock-down e pertanto composti e realizzati in casa. In entrambi si percepisce il desiderio di ritrovare una certa ritualità sociale attraverso la musica in un momento in cui la socialità era stata azzerata».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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