Sicurezza
Jazz Experience, energia passione e voglia di gioco
Spazia da Sting a Bob Dylan il repertorio su cui innestano le loro rivisitazioni
«La vita è un po’ come il jazz, è meglio quando s’improvvisa», sosteneva George Gershwin. Effettivamente se la musica è passione, il jazz è una delle sue migliori espressioni di libertà. Fedeli a questo stile, sebbene legati più alle sonorità moderne che a quelle classiche, sono quattro musicisti (una di Piombino, due di Follonica e uno di Cecina) che hanno unito forze e competenze nel progetto musicale “Jazz Experiences”. Ascoltare la loro musica significa abbandonarsi alla raffinata e potente voce di Alessandra Cianetti, all’energia degli strumenti di Andrea Vanni (pianoforte), Daniele Nannini (basso elettrico), Andrea Zilio (batteria), e all’arte dell’improvvisazione che, come un fiume in piena, proietta in un viaggio senza fine. Nel loro repertorio canzoni dei Queen, Gloria Gaynor, Peter Gabriel, Patti Smith, rivisitate con eleganza e divertimento in quel gioco fantastico che è la musica.
La band è nata nel 2017, ma la prima serata in pubblico c’è stata un anno dopo. «Mettiamo insieme esperienze jazz orientandoci verso un settore più moderno, abbiamo infatti preso come spunto brani più vicini a noi anche dal punto di vista anagrafico – dice Cianetti –. Ognuno di noi, insegnando o esercitando musica in modo professionale, ha sviluppato nel proprio background anche i classici del jazz ma se pensiamo alla nostra gioventù subito saltano alla mente brani di Peter Gabriel, degli U2 o di Sting».
È stata difficile la scelta dei brani?
«La nostra volontà è stata sin dall’inizio quella di partire da pezzi che prima di tutto ci piacessero e che potessimo suonare bene, perché per quanto bello possa essere un brano deve risultare congeniale al gruppo, e quindi essere nelle nostre corde».
Dunque trasformate brani pop o rock in pezzi jazz?
«Sì, ma non tanto nel tempo, ovvero nel senso del ritmo, quanto come idea. Il jazz, infatti, più che uno stile è un modo di suonare liberamente. I musicisti iniziano un brano e non sanno neppure loro dove andranno a finire».
Niente cover tradizionale allora?
«Cerchiamo di andare il più lontano possibile dalla cover».
Questo stile vi fa anche divertire?
«Il fatto di non proporre mai una serata identica a un’altra è per noi sia stimolante che divertente».
Quanta improvvisazione c’è nei vostri live?
«C’è ovviamente una fase solida dell’esposizione tematica della canzone che generalmente spetta a me che canto, ma i musicisti cercano di interagire allungando l’esecuzione, tanto che ogni brano dura circa dieci minuti. Di solito io e Daniele che stiamo in piedi a un certo punto ci accomodiamo su un panchetto».
Cambiate spesso anche la scaletta?
«Sì, a seconda del tipo di serata».
La scorsa estate vi siete esibiti? «Purtroppo siamo quasi fermi, ci siamo esibiti al Noah Gran Caffè e al Gatta Rossa, ma la situazione con la pandemia si è complicata».
Riprenderete d’estate?
«Probabilmente sì, abbiamo cercato contatti nei locali, ma le nostre mire sono per la prossima estate. Chiaramente molto dipende dalla situazione epidemiologica però ci auguriamo di ripartire e che anzi la stagione inizi prima rispetto allo scorso anno».
Dove suonate principalmente? «Nelle stagioni precedenti, oltre Piombino, ci siamo esibiti a Livorno, Follonica, Cecina. La nostra dimensione ideale è quella di un locale, meno concerto vero e proprio a favore di una situazione che incoraggi il rapporto col pubblico. C’è anche da dire che la percentuale della gente che segue il jazz è minore rispetto a quella relativa ad altri generi musicali, ci accontentiamo di un 10 per cento di quello che gli altri cercano sia in termini di serate che di partecipazione».
Il jazz è considerato di nicchia? «Esatto. Trenta persone che vengono ad ascoltarci, se per un gruppo rock sarebbero poca cosa, per noi non sono affatto trascurabili».
Qual è la reazione del pubblico? «Tutto dipende anche da dove suoniamo, alcuni luoghi sono più adatti all’ascolto e alla musica intesa come concerto, per cui si sviluppa un’attenzione particolare che è sempre comunque legata all’idea del jazz dove l’ascoltatore appare coinvolto e rapito. Tuttavia, quando prendiamo un brano come “Somebody to love” la reazione del pubblico è di sorpresa ma anche gradimento, e ovviamente c’è maggiore partecipazione».
Quali sono gli artisti di cui proponete i brani in chiave jazz?
«Ci sono artisti che ci piace sempre fare come Sting, i Queen, Bob Dylan, Bob Marley, Gloria Gaynor, Stevie Wonder, Beatles, Billi Joel, Rachelle Ferrell, Carol King».
Niente di italiano?
«No, almeno finora abbiamo abbracciato un repertorio totalmente internazionale».
Chi per primo ha preso brani celebri riarrangiandoli in chiave jazz?
«Uno dei primi, negli anni ‘90, è stato il grande pianista Herbie Hancock che nel 1995 pubblicò “The New Standard” dove rivisitava brani moderni».
Progetti?
«Ci siamo ripromessi di rinfrescare il repertorio ma negli ultimi due anni data la situazione è mancato un po’ lo stimolo. C’è tanta voglia di suonare, ma avremmo bisogno di fissare qualche data».
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