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Portoferraio 

Legambiente e Italia nostra: «No ai lavori all’Alto fondale»

Legambiente e Italia nostra: «No ai lavori all’Alto fondale»

Le associazioni ambientaliste chiedono al Comune di ridiscutere la convenzione L’Autorità portuale, insieme all’elettrificazione, intende ingrandire il molo

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Portoferraio. «Con la “scusa” dell’elettrificazione delle banchine, stanno riproponendo il vecchio progetto di allungamento e ampliamento del molo Alto fondale già bocciato nel lontano 2007». È la denuncia di Legambiente arcipelago toscano e Italia nostra arcipelago toscano che, in un comunicato congiunto, chiedono al Comune di Portoferraio di non dare seguito alla convenzione firmata nello scorso mese di novembre con l’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno settentrionale. Il rischio, secondo le due associazioni è che sia realizzata «un’opera con un impatto ambientale e paesaggistico devastante a pochi metri dai bastioni delle Fortezze e dal gioiello, anche turistico, rappresentato dalla Darsena medicea».

«Per ricapitolare la storia di questo disgraziato progetto – scrivono Legambiente e Italia nostra – torniamo al 2007 quando la proposta dell’Autorità portuale di ampliare l’Alto fondale dagli attuali 115 metri a 160 fu giustificata dallo scopo di fornire un ormeggio alle navi da crociera medio grandi (fino a 170 metri, ndr). Bocciata la richiesta per ragioni strutturali dal Consiglio superiore del lavori pubblici, l’Autorità portuale tornò alla carica nel 2016, destinando l’ormeggio ai grandi traghetti, evitando così il cambio di destinazione d’uso dell’ormeggio che aveva prodotto, nel 2007, la bocciatura del progetto. L’amministrazione comunale non tentò nemmeno di approfondire la questione. Anzi, forse accecata dalla possibilità che quell’ampliamento forniva di spostare il parcheggio di piazza della Repubblica nel nuovo piazzale, aderì alla proposta. Ora arriva una nuova convenzione estratta dal cappello a cilindro fornito dall’emergenza Covid, così come l’acquisizione del parere favorevole della soprintendenza ai Beni culturali in condizioni di “silenzio assenso».

«Lo scenario, se l’ampliamento e allungamento a mare dell’Alto fondale sarà realizzato, è preoccupante – proseguono le due associazioni –. Si prospetta da un lato un futuro fatto di grandi traghetti fuori scala rispetto al contesto nel quale operano, capaci di trasportare un numero di auto tale da rendere, al momento dello sbarco e dell’imbarco, una ragnatela di code e ingorghi la viabilità in uscita e in entrata nella città. C’è poi una seconda ipotesi: che traghetti di tali dimensioni risultino antieconomici e sovradimensionati per l’impiego nel canale e che l’Alto fondale divenga l’ormeggio di navi-condominio di altezza tale da oscurare l’imponenza e l’armonia delle fortezze e dell’intera Darsena».

«Se questo è il prezzo da pagare per liberare piazza della Repubblica dalle auto è chiaro che devono essere cercate altre soluzioni che non prevedano un secondo, ancora maggiore e in questo caso irreparabile, vulnus a Portoferraio di quanto non sia stato lo sgorbio della Gattaia», è l’attacco di Legambiente e Italia nostra che aggiungono: «Come abbiamo avuto modo di rappresentare più volte al sindaco di Portoferraio il porto è elemento centrale della comunità isolana e prima di dare il via al progetto è necessario riaprire il confronto».

«Pertanto – concludono le associazioni – è necessario che l’operazione messa in atto dall’Autorità portuale venga rivista. In buona sostanza richiamiamo l’attenzione dell’amministrazione sulla necessità che l’Autorità portuale rimetta mano al Piano regolatore portuale aggiornandolo e adeguandolo alle nuove esigenze e realtà del territorio. Invitiamo pertanto l’amministrazione locale a non dar seguito alla convenzione con l’Autorità portuale per quanto riguarda l’Alto fondale e il pontile numero uno. Riteniamo questa come la soluzione più opportuna per intraprendere subito un percorso di analisi supportato da professionisti terzi ed estranei agli interessi settoriali che legittimamente si manifestano, ma non per questo sono da accettare supinamente, e per individuare soluzioni alternative, da mettere a confronto, attraverso un percorso di partecipazione e consultazione con le comunità locali, oltre che con gli altri soggetti a vario titolo interessati».

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