Finanza
Tre amici di vecchia data e una musica tutta nuova
Ecco gli Spin 8, il gruppo fusion jazz rock che riesce a fare a meno del cantante
PIOMBINO. Tre amici di vecchia data, tre signori che hanno una certa dimestichezza con la musica e che, ciononostante (o forse proprio in virtù di questo) accettano la sfida di sperimentare dettata dal desiderio di alzare sempre un po’ l’asticella, ispirandosi a veri e propri mostri sacri e superando limiti che probabilmente solo sono convenzionali. Il loro stile è elegante, ricco di particolari e contaminazioni, ciò che ne consegue è un suono che se chiudi gli occhi ti permette di volare. Certo, si tratta di un genere che non ammette sbavature da parte di chi lo propone e pretende un certo orecchio da chi lo riceve, ciò detto non sarebbe giusto parlare di musica di nicchia semplicemente perché la musica, universale com’è, ha la proprietà di sapersi rivolgere sempre a chiunque. Gli Spin 8 credono in ciò che fanno, continuano a provare e studiare con impegno strizzando l’occhio alla tecnologia per restituire al pubblico la netta impressione che non stia ascoltando un trio, ma una band più numerosa.
Chi siete?
«Guido Bruschi (chitarra), Leandro Bottauscio (basso elettrico e contrabbasso), Paolo Nipa Ninci (batteria)».
Quando nasce questo progetto?
(Risponde Bruschi) «Dopo la scomparsa di Marzia Guarnaccia, ci siamo presi un periodo di pausa. Lei era la nostra cantante negli “Extraworld”, band formata da noi e da Paolo Mina alle tastiere sostituito successivamente da Emiliano Pasquinelli, e riproporre lo stesso tipo di musica con altre persone proprio non ci andava, non aveva più senso. Io e Leandro abbiamo ripreso a suonare lo scorso gennaio insieme ad Alessandro Ciullo che attualmente lavora e vive a Bologna, così abbiamo cercato un batterista che potesse sostituirlo e abbiamo pensato al Nipa, ovviamente molto apprezzato nel settore e che conosciamo da molto tempo».
Che genere proponete?
«Fusion jazz rock. Diciamo che è una via di mezzo tra jazz e rock, una fusione di stili che si avvalgono della comune base jazz. Bollani, ad esempio, è un jazzista molto capace a fare questo tipo di lavoro, ovvero rivisitare brani famosi e farli propri grazie ad un nuovo arrangiamento. Cosa che fa anche il giovanissimo e talentuoso Matteo Mancuso con la sua band».
Quali sono le caratteristiche di questa nuova formazione?
«Abbiamo abbandonato l’idea della cover band volta a intrattenere le persone come abbiamo sempre fatto finora, abbracciando invece il progetto di qualcosa di più impegnativo in cui è necessario lo studio per accrescere il nostro bagaglio formativo. Una band trasversale con cui speriamo di alzare l’asticella attraverso il confronto con i giganti della musica. Non si finisce davvero mai di imparare, ciò che conta nella musica è ascoltare ed essere aperti a tutti i generi, solo così si può crescere».
A chi vi ispirate?
«A musicisti del calibro di Billy Cobham, Steve Smith, Pat Metheny, Jaco Pastorius, Marcus Miller. Ovviamente partiamo dai loro capolavori per poi riarrangiarli a modo nostro».
Avete intenzione di allargare la band in futuro?
«No, il progetto è nato per tre persone. Piuttosto utilizziamo elementi tecnologici che ci permettono di simulare altri strumenti, ad esempio Guido suona la chitarra con l’aggiunta del guitar synth grazie al quale si riescono ad ottenere colori analoghi a quelli di un tastierista».
Come funziona?
«Il suono della chitarra analogico, attraverso un jack multipolare collegato ad una pedaliera, viene trasformato in digitale. In altri termini è come se la chitarra assumesse (musicalmente, è ovvio! ) le sembianze di in un pianoforte. Leandro a sua volta, sta iniziando a sperimentare nel mondo dell’elettronica registrando dei loop su basso. Il risultato finale è dato dal suono del basso registrato in precedenza (come fosse un controcanto), chitarra, batteria ed un tappeto di tastiere realizzato con la guitar synth ed ancora il basso. La tecnologia ci aiuta solo nei suoni, ma non utilizziamo basi, suoniamo solo live».
Per questo siete solo in tre?
«Sì, effettivamente si riescono a simulare molti più strumenti partendo dai nostri ed è più pratico riuscire a trovarci per le prove essendo in pochi».
Resterete senza cantante?
«Decisamente, siamo nati come una band strumentale e vogliamo conservarci così».
Siete molto motivati?
«Provare ad alzare il tiro è una cosa che da grande motivazione, tuttavia dovendoci confrontare con veri e propri mostri sacri, che poi sono i nostri punti di riferimento, l’importante è non dimenticare mai l’umiltà».
Quali sono i vostri obiettivi?
«Fortunatamente nel circuito ora ci sono molte opportunità che fanno al caso nostro, come il Grey Cat Festival o il Festival Jazz di Piombino che danno spazio a questo genere musicale che noi amiamo ma che indubbiamente deve piacere molto anche a chi sceglie di venirci ad ascoltare».
Dove vi siete esibiti in estate?
«Al Gattarossa a Calamoresca, è stata una bellissima serata. Anzi, alla fine il concerto si è trasformato in una jam session, anche perché nella fusion jazz rock i pezzi possono durare due minuti come dieci, conta molto l’improvvisazione».
Per l’inverno cosa farete?
«Principalmente studieremo. Vogliamo continuare a ristrutturare i pezzi del repertorio e abbiamo intenzione di sfruttare proprio i mesi invernali per essere pronti ad offrire un prodotto migliore».
Avete mai pensato a inediti?
«Sì, effettivamente stiamo pensando a mettere su qualcosa di nostro».
Pensate anche a un album?
«Fa sicuramente parte dei nostri sogni».
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