La protesta
Grotte, dagli scavi il mistero Il sito non era un’antica villa
La nuova campagna condotta da Università, Soprintendenza e Fondazione cambia la prospettiva: i resti archeologici trovati non sono di un’abitazione
Luigi Cignoni
PORTOFERRAIO. La terza campagna di scavi sul sito archeologico delle Grotte – condotta dall’Università di Siena con la collaborazione della Soprintendenza e la Fondazione – si chiude con il botto finale che costringe a rivedere e aggiornare, su basi scientifiche, le certezze acquisite. «Non si tratta di una villa, come ci hanno trasmesso – ha esordito sabato scorso, durante la conferenza che ha concluso i lavori di scavo, Franco Cambi, docente all’Università di Siena, ideatore e promotore del progetto di ricerche, nonché direttore scientifico degli scavi –. Non abbiamo infatti repertato nessun frammento che possa riferirsi o abbia una plausibile attinenza con una dimora residenziale romana del I secolo a.C. Invece, in altri ambienti con finalità abitative, siamo soliti riportare testimonianze del tipo frammenti di vasellame, cocchi e quant’altro».
Se non è villa la struttura delle Grotte, allora che cos’era? «Bella domanda – risponde Cambi –. Tutti gli ambienti che sono stati riportati alla luce hanno attinenza con l’acqua. Tanta acqua. Ho seguito un po’ le indicazioni fornitaci da Paolo Gasparri nel cui podere, a San Giovanni, abbiamo scavato per anni che mi consigliava: “Se vuoi capire la funzionalità delle Grotte devi seguire l’acqua”. Poco distante da qui, in località Calello, quasi sul livello del mare abbiamo trovato una cisterna di rifornimento d’acqua, più recente di quelle delle Grotte. Ragion per cui abbiamo ritenuto che essa servisse alle navi per rifornirsi di acqua durante la loro navigazione».
Ritornando a parlare delle Grotte, il docente universitario ha rinvenuto molti manufatti che si addicevano bene a contenere acqua, visto che le loro pareti erano state trattate con materiali impermeabili. Non solo. Ma fra i frammenti che sono stati rinvenuti ci sono anche fregi che riproducono il dio Apollo. Dunque un tempietto o un santuario. Che fosse stato importante lo rileva un mosaico (il secondo scoperto) sul calpestio dell’entrata.
«Qualcosa di simile alla nostra decorazione – ha spiegato ancora Cambi – è stato recuperato sul Palatino a Roma, in un tempio dedicato ad Apollo. Niente di più naturale, allora, che dedurre che anche l’insediamento architettonico romano della I secolo a. C. all’Elba si fregiasse di un piccolo tempio dedicato al dio Apollo, perché ne custodisse la funzionalità e nel proteggesse le sorti».
Dunque tanta acqua alle Grotte, come già detto. Ma da dove proveniva? «Dalle sorgenti di Fonte Murata che non distano molto da qui – continua il direttore dello scavo –. Abbiamo trovato un sistema abbastanza complesso ma molto efficace di canalizzazione dell’acqua che da quella località portava questo prezioso bene fino a dove adesso ci troviamo. Poi, dopo circa settant’anni deve essere successo qualcosa di importante per il complesso delle Grotte. Assistiamo a un progetto di razionalizzazione e distribuzione dell’acqua in parte alla popolazione sottostante della Piana, in parte a quella poco distante del promontorio del golfo e in parte alle navi di passaggio al fine di ricavarci profitto».
A questo punto dovranno essere riscritti i libri di storia locale, le numerose guide sul fabbricato delle Grotte e correggere le informazioni trasmesse per generazioni.
«I primi a dare notizia al mondo che la struttura non era una villa – rileva Cambi – sono stati gli studenti belgi che sono venuti all’Elba la prima settimana degli scavi e poi sono ritornati in patria».
Appuntamento adesso in primavera per una breve indagine cui ne seguirà un’altra più lunga nel prossimi autunno. «Se ci saranno i fondi necessari – conclude il docente senese – per dare continuità alla nostra ricerca».
E riscrivere la storia della Rada di Portoferraio.
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