Il Tirreno

Scuole e uffici chiusi per vedere gare eroiche Cronache di un’epoca che ha fatto leggenda

Andrea Cordovani* ; *Direttore di Autosprint
Scuole e uffici chiusi per vedere gare eroiche Cronache di un’epoca che ha fatto leggenda

Il fascino della corsa elbana, il “Safari italiano”, viene da molto lontano ed è fatto da imprese indimenticabili come quella di “Pipisego” Castelli 

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Benvenuti nel tempio dove da 53 anni, con qualche sosta e tanti sospiri, si celebra un culto molto profano ma religione all’isola d’Elba: il rally. Già, perché, dice bene Antonello Venditti: certi amori non finiscono. Fanno giri immensi e poi ritornano. E allora teniamo le note della canzone come sottofondo e completamente in controsterzo entriamo dentro a una storia che sa di leggenda. Perché ci sono stati giorni indimenticabili sullo Scoglio. Giorni di passione. Da vera sbornia collettiva.

Chiuso per rally

Per tutti sull’isola la gara era una festa: durante la corsa le scuole erano vuote e gli uffici deserti. La partecipazione era completa. Il rally dell’Elba per il tifoso locale era l’essenza della specialità. Non c’era davvero niente di meglio al mondo! Si poteva conoscere da vicino i piloti, seguirne le prove, dargli del tu, curiosare alle improvvisate assistenze dislocate un po’ ovunque a bordo strada e infine si cercava anche tentare di emularli consumando gomme e freno a mano al volante della macchina presa a prestito a babbo. Cronache di un mondo che non esiste più ma che ha rappresentato per tante stagioni un punto fermo. Era come rimettere la chiesa al centro del villaggio ogni volta che una vettura da rally toccava il sacro suolo dell’Elba.

L’arrivo di un traghetto e lo sbarco delle auto nei giorni del rally era come scartare ogni volta un regalo enorme, mentre dall’altra parte del canale a Piombino si assisteva al rituale opposto cioè si andava al porto a seguire l’imbarco delle auto, sempre con la stessa passione. Così forte che nei giorni delle ricognizioni della gara di notte in molti si ritrovavano in piazza Bovio a vedere le sciabolate di fari delle auto in ricognizione sull’isola. Poi finalmente arrivava il giorno della gara. Fiumi di gente sciamava in ogni angolo dell’isola in sella a moto, Vespe, motorini, bici, Ape e pure a piedi. Un rally nel rally con la notte a creare scompiglio più che a portare consiglio. Una sarabanda unica all’interno di una gara durissima dove per tutti gli equipaggi l’obiettivo primario era il seguente: basta arrivare in fondo.

Il Safari italiano

Si perché il Rally dell’Elba dei tempi eroici era considerato una sorta di Safari italiano. Con l’iconica corsa keniota, la gara isolana condivideva la rudezza di certi tratturi scassamacchine. Il rally spaghetti, come lo definì quel diavolaccio di Bernard Darniche vincitore sull’isola nel 1977 con la Stratos, stupiva per come potesse essere una gara così lunga e così dura in un’isola che a tutti sembrava piccola. Così certe prove speciali divennero una sorta di incubo per molti dei grossi calibri del panorama rallistico internazionale. Un vero luna park del controsterzo. Il tornantino di Rio Elba. Il canyon del Volterraio, le pieghe traditrici del Monumento. La mulattiera impossibile della Segagnana. C’erano tappe fisse, quasi obbligate, in questo teatro della derapata non sempre controllata. Gente ammassata a bordo strada, un meraviglioso assembramento di falò e passione, profumo di olio da motori e salsicce alla brace e soprattutto molta fiducia sulla perizia di quei dannati che nottetempo, violentando le leggi della fisica, giocavano contro il cronometro.

Profumo d’impresa

Si respirava spesso il profumo dell’impresa. Vincere all’Elba valeva tanto. Perché questa non era una gara come tutte le altre. Qui fin dalla prima edizione del 1968 si è subito capito che spesso cercare il nome del vincitore era una sorta di lotteria. Così ci sono successi che hanno fatto epoca. Come l’incredibile doppietta conquistata da Luciano Trombotto, uomo dalle mille vite (pilota, cantate, attore, controfigura di Gasmann) o l’impresa smargiassa dell’austriaco Achim Warmbold che nel 1973 si piazza davanti a tutti con un Maggiolone (davvero tutto matto). Imprese rimaste nella storia di una gara al cui fascino hanno saputo resistere pochi rallisti: i più grandi interpreti dell’epoca leggendaria della specialità hanno voluto provare l’effetto che fa correre su questa isola nata per i rally. «All’Elba ho corso una delle gare più belle nella mia carriera da rallista, peccato che fui costretto al ritiro», ama ricordare l’ex presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo. «Isola bella, sempre grande kasino». Nel suo italiano maccheronico, il finlandese Markku Alen ha sempre dipinto perfettamente l’isola. Proprio qui nel 1976 artigliò una vittoria storica, la prima di una Fiat 131 Abarth in un rally internazionale una gara che diventerà la pista di decollo per la conquista di tre titoli iridati da parte della berlina costruita per la famiglia e vitaminizzata per le corse su strada.

L’impresa di caselli

E poi c’è l’impresa indimenticabile. Roba da brividi anche adesso che sono passati quasi trent’anni. Era il maggio del 1992. Una data che rimarrà indelebile. A vincere quella volta, infatti, fu Claudio Caselli, detto Pipisego, un figlio dell’isola, il primo elbano a iscrivere il proprio nome dell’albo d’oro del rally di casa. Scene di gioia collettiva seguirono quell’impresa messa a segno al volante di una Lancia Delta e in coppia con Franco Zallo. Pipisego sul tetto del rally, carezze sull’anima nel ricordo di Claudio scomparso alcuni anni orsono, l’ultima grande impresa scritta sulle strade dell’isola, prima che il mondo (anche quello dei rally) cambi completamente i connotati e i ricordi si prendano tutta la scena come una macchina completamente di traverso sul Perone.

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di Redazione web