Il Tirreno

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Capre, granito, il lavoro in Svizzera La vita da romanzo di Gina Martorella

Stefano Bramanti
Capre, granito, il lavoro in Svizzera La vita da romanzo di Gina Martorella

Ha 98 anni, da tempo è ospite della Rsa di San Giovanni Con la sua grande tenacia ha battuto anche il Covid

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Stefano Bramanti

SAN PIERO. «Mio padre Aristide Martorella era pastore di un gregge di 60 capre. Le pascolava tra San Piero e Piane al Canale di Sant’Ilario. Produceva, intorno al 1930, ricotte e formaggi genuini. Giulia e Rosita le vendevano in inverno andando a piedi fino a Portoferraio, con i catini in testa, pieni di latticini coperti da felci bagnate». Inizia così il racconto di Gina, 98 anni, classe 1923, una dei 30 ospiti della Residenza sanitaria assistenziale di San Giovanni. Nei mesi scorsi è stata contagiata dal Covid, che ha battuto con la sua grande tenacia. «Mia madre – dice Maria Rosa Spinetti, la figglia – sta bene in quella struttura. Fino a 3 anni fa era autonoma poi d’improvviso problemi di salute e abbiamo capito che occorreva la Rsa, forte di assistenze qualificate».

L’anziana è nata a Poggio ma la sua famiglia si trasferì a San Piero e alle soglie degli anni 40 del 900, sedicenne, Gina si fidanzò con Lido Spinetti di San Piero detto “Panaietto” perché figlio di fornaio. Dopo tre anni convolarono a nozze in piena guerra mondiale, era il 1943 e poi la cicogna portò Maria Rosa e dopo il fratello Piero, che ora vive in Svizzera dove ha fatto un bella carriera nelle assicurazioni. E la nazione rosso crociata accolse anche il resto della famiglia. Infatti negli anni 40-50 a San Piero era difficile la vita difficile e così in tutta l’Elba. Poche prospettive: o si coltivava la terra o si faceva lo scalpellino nelle cave di granito delle pendici del Monte Capanne. Niente televisione, servizi pubblici da costruire e a centinaia di elbani non restava che emigrare sperando di vivere più degnamente. «Negli anni’50 i miei nonni Aristide e Maria – continua Maria Rosa, che aiuta Gina a ricordare – erano partiti per l’Argentina dove erano già emigrati altri parenti. Si doveva andare anche noi Spinetti, i passaporti erano pronti. Ma babbo Lido decise, prima di lasciare l’Italia, di tentare come scalpellino in Piemonte. Partì da solo per trovare casa e poi lo raggiungemmo. Siamo stati nel nord dal 1951 al 52, a Rore, in provincia di Cuneo; poi siamo rientrati all’Elba. Babbo voleva migliorare la nostra condizione e tentò di gestire insieme ad altri 12 uomini una cava sotto San Piero, ma si rese conto che non rendeva. Capitarono allora dei signori svizzeri che cercavano proprio scalpellini disposti a raggiungere il paese oltre le Alpi. Così babbo formò una squadra con Pasqualino, fratello di mamma Gina, Angelo detto Baresino e altri. Del resto la Svizzera era stata raggiunta da altri sampieresi, c’era lavoro sicuro per mantenere bene la famiglia». Anche in questo caso Lido raggiunse la Svizzera per trovare alloggio per tutta la famiglia. Nel frattempo Gina a San Piero faceva di tutto per arrotondare le entrate: ricamava, lavorava a maglia e fece dei corsi e diventò parrucchiera di successo, ricevendo le signore in casa. Una donna dinamica e impegnata e tali qualità furono preziose anche nel paese straniero. «Raggiungemmo Lido impegnato come scalpellino – dice Gina – e io mi davo da fare con le mie “specializzazioni”. Diventai anche cuoca per diversi operai privi di famiglie, cosa che avevo già fatto in Piemonte. Non solo, aiutavo anche mio fratello Pasqualino che era con noi. Vivevamo a Arvigo nella Val di Calanca – prosegue Gina – un luogo angusto e dopo tre mesi riuscii a far emigrare nella Svizzera tedesca, tramite il prete locale, Maria Rosa che aveva ormai 15 anni. Raggiunse Glarus, presso una famiglia e così frequentò le scuole pubbliche». Era il 1958 e vicino a quel paese capitò un brutta frana e gli Spinetti rimasero isolati a lungo, finché si trasferirono a Grono e Lido andò a lavorare in un laboratorio del granito. Vita migliore, buoni servizi e negozi in quel paese e c’era pure assistenza sanitaria. Gina incrementò i suoi impegni extra famiglia, iniziò a fare le camere presso la Clinica ospedaliera San Rocco, diventò anche operaia in una fabbrica di caschi facendo saldature e anche lì faceva da mangiare per chi non aveva famiglia ad altri amici. E i suoi ricami? Furono molto apprezzati fino ad essere esposti nei negozi svizzeri. Lavorava e le entrate in famiglia crescevano». Siamo stati 43 anni in Svizzera – conclude l’anziana della Rsa– Quindi siamo tornati all’isola agli inizi del 2000 e purtroppo dopo 66 anni di matrimonio il mio Lido è morto, sereno, a 88 anni». «La mamma – spiega infine Maria Rosa – ha vissuto in modo eccezionale e la sua storia lo dimostra. Io vengo sempre a trovare la mamma qui a San Giovanni, con mia foglia Fabiana e il suo figlioletto Francesco di 7 anni, l’unico pronipote». Gina ha pure tre nipoti; oltre Fabiana, il suo fratello Alessandro e Amos il figlio di Piero rimasto in Svizzera.

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