Sicurezza
La lunga notte afghana e vent’anni fa la mobilitazione del comprensorio
Dalla cittadinanza alla scrittrice Zoya Gathol al microcredito per aiutare le donne di Kabul. Eraldo Ridi (Arci): «Ricominciamo»
Valeria Parrini
PIOMBINO. «Please, don't forget my ruined nation». Non c’erano parole di maniera nella frase che nel settembre del 2002 Zoya Gathol si trovò a scrivere, suo malgrado, sulle prime pagine del libro-denuncia per il quale pochi giorni prima aveva ritirato il premio Viareggio.
Anche a Piombino, nel salone del Castello la giovane militante di Rawa, l’associazione rivoluzionaria delle donne afghane, invitava semplicemente a non dimenticare la tragedia che distruggeva il suo Paese. «Un Paese che ha vissuto e vivrà tanti 11 settembre». Aveva detto così. Poco prima, il consiglio comunale, come gli altri della zona, le aveva attribuito la cittadinanza onoraria, per il coraggio, l’impegno e la determinazione che poco più che ventenne sapeva già esprimere raccontando la tragedia, mai conclusa, del suo popolo. Delle donne del suo popolo. E di come il terrorismo non si combatta con altro terrorismo più o meno mascherato. Zoya era arrivata sull’onda lunga del rifiuto della guerra e delle “democrazie da esportazione” che e nel comprensorio aveva prodotto molte iniziative.
«In questa notte buia in Afghanistan, in particolare per tutte le donne e le bambine, il pensiero corre a tutto ciò che abbiamo provato a fare “con”, per dare futuro, emancipazione, autonomia», commenta Eraldo Ridi di Arci Samarcanda, tra i protagonisti della mobilitazione di quegli anni. Riportata in superficie da un presente che già sembra essere un lungo futuro.
Dal progetto del 2000 “Migrando-Oltre il velo dell’Islam” con la mostra “Un fiore per le donne di Kabul” al rifiuto convinto dell’intervento in Afghanistan e di tutte le guerre, passando da azioni che aiutassero le donne lì e in altre parti del pianeta ad avere un’autonomia economica, con il microcredito e altre forme di sostegno attivate dalla fondazione Pangea. Che in queste ore sta costruendo corridoi umanitari per mettere in salvo i più deboli. Le più deboli.
«Questo con Pangea è un percorso da riprendere per emanciparci dal ruolo di testimoni passivi dell’orrore. I contatti ci sono», sottolinea Ridi. E aggiunge: «Non dobbiamo fermarci perché, come dice papa Francesco, quello che va messo in discussione è il sistema, dando voce a chi non ce l’ha o è messo a tacere».
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