Italia
È un successo la serata in ricordo del mitico Lampo, il cane viaggiatore
In tanti all’evento organizzato da “Seiventurinesese” Un viaggio indietro nel tempo tra racconti inediti e curiosità
Annalisa Mastellone
VENTURINA TERME. Un carattere indomabile e uno spirito libero. Testardo, furbo e amorevole. Lampo era così. Il suo ritratto è riemerso chiaro nella serata di giovedì, a lui dedicata da “Seiventurinesese” che ha ricevuto tanti apprezzamenti per l’organizzazione. Condotta da Sara Chiarei, con tanto pubblico nella ztl, è stata un viaggio tra i ricordi di Mirna Barlettani, la figlia del vice capostazione di Campiglia Elvio, autore del libro “Lampo, il cane viaggiatore”, degli storici Gianfranco Benedettini e Rossano Pazzagli, di Massimo Panicucci, amico di Lampino da piccolo e illustratore dell’ultima edizione del libro. La serata, aperta da esibizioni di agility e dance dog, è stata accompagnata da intermezzi di letture di Maurizio Canovaro del Teatro dell'Aglio e dal pianoforte di Christelle Vichi. Presenti anche il vicesindaco Iacopo Bernardini e l’assessora Stella Zannoni. È stato subito amore tra Lampo e Mirna, la piccola di casa Barlettani diventata, dopo quella dei ferrovieri, la seconda famiglia del celebre cagnolino. «I miei nonni gestivano il bar e la mensa dei ferrovieri della stazione di Piombino, stavamo sempre lì e la sera andavamo a casa, davanti alla stazione – ha raccontato –. Lampo veniva da noi con la littorina da Campiglia che partiva dal 4° binario e arrivava nel nostro bar. Cominciò ad accompagnarmi prima all’asilo e poi a scuola, quasi tutte le mattine veniva alle 8 al portone di casa e spesso veniva a prendermi verso le 12, mangiava con noi e ripartiva. Poi cominciò sempre più a viaggiare fino a diventare una celebrità».
Conosceva orari e coincidenze andando su e giù per l’Italia. Per regolamento il cane non poteva rimanere in stazione, per cui la famiglia Barlettani provò a tenerlo in casa. «Ma non voleva né tetto né guinzaglio – precisa –. In casa matteggiava, abbaiava di continuo, graffiava le porte e alla prima occasione scappava. Così lo lasciammo di nuovo libero. Allora fu mandato in esilio, in treno, due volte: la prima ad Anzio, ma dopo quattro ore era di nuovo a Campiglia. La seconda, a Brindisi, dove fu affidato a un contadino. Dopo cinque mesi ritornò malconcio, con una catena al collo. Lo abbiamo aiutato a riprendersi e poi da lì fu accettato».
Lampo morì travolto da un treno nell’estate del 1961, Mirna aveva nove anni. Benedettini conobbe Lampo nel 1955. «Studiavo a Grosseto – ha ricordato –. Per tornare a casa, a volte prendevo il direttissimo. Giungeva sul 2° binario. Vidi un gruppo di persone laddove c'era il vagone ristorante. Mi avvicinai e vidi Lampo accucciato, non curava la gente, guardava a un finestrino dove si affacciò il cuoco. Lampo si rizzò, un piccolo fascio di muscoli pronti a scattare. “Tiè” gli disse il cuoco. Una braciola girò nell'aria, Lampo spiccò un balzo e la prese in bocca. Sembrava il volo di un portiere mentre agguanta un pallone. La mangiò, scodinzolò, passò tra i presenti, non li degnò di uno sguardo e si accodò ad Elvio Barlettani che aveva dato, con fischietto e paletta, il via libera al direttissimo. Era già nel mito». L’intervento di Pazzagli ha permesso una riflessione. Ha parlato da vecchio utente della stazione di Campiglia, che frequenta dal 1978. Lì, in un giardino che ne ospita i resti, la statua di Lampo è rimasta l’unico presidio di una stazione rimasta senza bar, edicola, Polfer, servizi. «La statua di Lampo – ha detto – è testimone silenzioso e discreto di un declino, di quando la stazione era un centro di vita e non solo un deserto umano di arrivi e partenze, abitante di un tempo in cui i viaggiatori erano ‘signori’ e non ‘clientela’. L’hanno anche modernizzata facendo il sottopassaggio, l’ascensore, le pensiline, ma che modernizzazione è se intorno ha il deserto? La storia di Lampo è unica, perché oggi il contesto non è più quello di una stazione popolata di ferrovieri, la stazione non è più una comunità di persone, ma solo un luogo di passaggio, vuoto di servizi e di umanità. Solo Lampo è ancora lì, sempre più solo. Io quando aspetto il treno al mattino scelgo la panchina più vicina a lui, sotto il glicine sfiorito e davanti al bar chiuso. Sembra incredibile, ma parla di più la statua di un cane delle voci umane che si sono dileguate. Facciamo in modo che Lampo non resti solo il passato, ma anche la spinta per dare alla stazione di Cornia, come si chiamava all’inizio, un nuovo e più luminoso futuro». —
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