Il Tirreno

«Eravamo in trappola, ma non ebbi paura Il motivo? Stavamo dalla parte giusta»

Luca Centini
«Eravamo in trappola, ma non ebbi paura Il motivo? Stavamo dalla parte giusta»

Gianfranco Gilardetti partecipò al corteo di protesta con altri 150 piombinesi: «Quel giorno la democrazia fu sospesa»

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Luca Centini

PIOMBINO. «Lo capii subito. Eravamo finiti in una trappola. Ma non ho mai avuto paura. Mi sono chiesto tante volte il motivo: non tremai perché avevamo ragione, difendevamo qualcosa di importante in cui credevamo con tutte le nostre forze». Gianfranco Gilardetti adesso ha 69 anni. Ex ferroviere in pensione, il 21 luglio del 2001 salì su uno dei tre autobus che da Piombino partirono alla volta di Genova. Portò con sé il figlio Andrea, che all’epoca aveva 18 anni. Assieme ad altri 150-160 piombinesi voleva protestare in maniera pacifica contro i potenti del pianeta, contro la globalizzazione e un’idea di mondo che, secondo Gianfranco, avrebbe finito per tagliare fuori i più poveri. Era il 21 luglio. Il giorno successivo a quello nel quale morì Carlo Giuliani. I bus sbarcarono i piombinesi a Quarto. Da lì si incamminarono verso Genova, a piedi. Fu l’inizio di una giornata che Gilardetti, a distanza di vent’anni, non dimentica.

«Lungo il cammino gli agenti in tenuta anti sommossa erano raccolti agli angoli delle strade – racconta – Sembravano marziani. Alcuni di loro cominciarono a picchiare il manganello sullo scudo. Urlavano: “Uno, due, tre: viva Pinochet”. Avrò fatto cento manifestazioni, ma una roba del genere non l’avevo mai vista, mi venne la pelle d’oca». Gilardetti, conosciuto a Piombino con il soprannome di “Ringo”, è un ex pugile. Lo scontro non lo spaventa, ma quello che accadde vent’anni fa non lo aveva mai visto. Il suo racconto, a distanza di anni, è dettagliato. «Alcuni poliziotti offendevano le donne allo scopo di farci reagire: capimmo subito che era una provocazione – spiega – Io e Renzo Leoncini eravamo i più anziani del pullman. Capimmo che avremmo dovuto tenere uniti i ragazzi, non ci saremmo dovuti disperdere. Se ne perdevi uno, rischiavi di lasciarlo alle manganellate».

I piombinesi riuscirono a restare tutti assieme, evitando il peggio. «I black bloc uscirono dal nulla – racconta – Ce ne accorgemmo quando alcuni di loro iniziarono a prendere a randellate una macchina con dei manici di piccone. Era un diversivo. Leoncini stava riprendendo con le telecamera. Intervenne per fermarli, posò per terra la telecamera. Io vidi con la coda dell’occhio uno che si avvicinò per prenderla, la raccolsi prima di lui. Mi chiese di darmi la telecamera, io mi rifiutai e alzai i pugni, come per alzare la difesa e gli dissi di venirsela a prendere. A quel punto il black bloc se ne andò».

“Ringo”vide dare fuoco a un distributore. «Ma gli agenti in divisa non si mossero – precisa – solo quando i black bloc se ne andarono si scatenarono e picchiarono tutti, vidi picchiare anche un frate».

Eppure Gilardetti sostiene di non aver avuto paura. Neanche in un momento. «A volte mi sono interrogato sul perché – spiega – Ho capito che non avevo paura perché noi eravamo dalla parte della ragione. Stavamo difendendo qualcosa di importante, la povera gente del mondo che non ha parola. Difendevamo anche la democrazia, perché in quei giorni lì, lo assicuro, in Italia la democrazia non c’era più. Questa è la realtà. Avevamo capito tutto in quei giorni: sarebbe stata la fine del lavoro, con la globalizzazione che avrebbe tolto diritti a tutti saremmo stati tutti più poveri. Lo capimmo nel 2001. Quel movimento andava stroncato con tutti i mezzi». L’unico timore che il piombinese racconta di aver avuto durante il corteo trasformato in guerriglia era per i ragazzi e per le ragazze più giovani. «Quando stavamo per andare via, verso l’imbrunire, accadde il macello della Diaz. La voce si sparse e arrivò anche a noi. In cuor nostro pensammo di tornare indietro, per dare una mano a chi si trovava in quella scuola. Non lo facemmo. Ecco, vorrei che chi ha vissuto quei momenti, anche gli altri che erano con me, raccontassero quanto accadde. QFu una pagina brutta per il nostro Paese, un fatto che non deve essere dimenticato. Mai». —

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