Sicurezza
«Banda delle ville, ecco tutte le accuse» Chiesto il processo per nove persone
In cinque sono accusati di associazione per delinquere. Per la Procura al vertice dell’organizzazione c’era il piombinese Nicola Calderini
Federico Lazzotti
livorno. Per misurare l’ampiezza dell’inchiesta sulla presunta banda delle ville, organizzazione che secondo la procura avrebbe realizzato, o solo tentato, decine di raggiri immobiliari da Livorno a mezza Italia, basta dare due numeri.
Il primo riguarda le persone danneggiate, offese in gergo giuridico: quarantatré. Tra queste emergono i nomi di proprietari di immobili di pregio, commercianti e professionisti. Il secondo sono i capi d’imputazione che vengono contestati agli indagati: quarantasette.
È su queste basi che a distanza di quattordici mesi dall’arresto di quattro persone – era nel maggio dello scorso anno – i pubblici ministeri Ettore Squillace Greco e Massimo Mannucci hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di nove indagati. Per cinque di loro, tra cui l’ex presidente dei notai livornesi Valerio Vignoli, l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata «a commettere un numero indeterminato di truffe, aggregandosi di volta in volta in varie formazioni, sempre presentandosi con fittizie qualifiche e manifestando false intenzioni ai loro interlocutori».
Secondo gli investigatori, l’inchiesta è della Finanza, gli indagati mettevano di volta in volta in scena la stessa sceneggiatura che aveva la regia a Livorno, spesso nella villa liberty di via Montebello, e che nel corso degli anni – i reati vanno dal 2017 al 2020 – si è via via perfezionata.
Si presentavano alle vittime, che spesso avevano «estremo bisogno di liquidità», come mediatori di grossi costruttori o magnati, banche estere o società internazionali, tutti disposti – dicevano – a pagare milioni di euro per avere quel bene. Unica condizioni per la riuscita dell’affare: costituire una società Limited, a carico dei proprietari, dove far confluire il bene (ruderi, hotel, ville) per agevolare l’affare. Operazione che nei conti poteva variare tra gli otto e trentamila euro. Ma che però, invece di essere propedeutica al perfezionamento della compravendita sarebbe servita a rimpinguare il conto degli ideatori del raggiro che intascavano il denaro (oltre un milione di euro in tutto) e poi sparivano.
Al vertice dell’organizzazione – secondo l’accusa – c’era Nicola Calderini, 40 anni, nato a Piombino ma residente a San Vincenzo. Con lui Mike Berni, 56, residente a Follonica, considerato un supporto determinante perché «capace di presentarsi di volta in volta come magnate estero o rappresentate di un gruppo imprenditoriale». Bibil Muca, 45, anche lui residente nel grossetano, aveva il ruolo di “tuttofare” garantendo il proprio supporto nel ruolo di soggetto incaricato delle ristrutturazioni. Giuseppe “Beppe” Doveri, 73, invece, avrebbe messo a disposizione la lussuosa villa di via Montebello «in modo da dare una immagine di solidità finanziaria a Calderini», oltre partecipare alle trattative. Infine Vignoli avrebbe rassicurato gli acquirenti raggirati circa «la fattibilità e abitualità delle operazioni proposte».
Oltre a loro, ma solo per il reato di truffa, è stato chiesto il processo per altri quattro: Roberto Cascavilla, 73 anni, livornese, Alberto Nigiotti, 26, l’avvocato fiorentino Riccardo Corsini, 54, e Ratko Ragutinovic, 62, al momento irreperibile. —
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