Sicurezza
«Serve un piano d’intervento per prevenire nuove frane»
Occorrono risorse economiche per la tutela di un territorio soggetto al fenomeno In attesa dell’intervento definitivo, sulla strada si transita a senso unico alternato
Stefano Bramanti
MARCIANA. «Occorre un piano d’intervento sull’isola, con adeguate risorse finanziarie, per attuare la tutela ambientale e la prevenzione. Altri episodi franosi importanti, come quello di Campo Lo Feno, sono sempre possibili».
Lo afferma Paolo Barsotti, dello Studio Ingeo di Lucca, l’ingegnere che ha firmato il progetto di risanamento della zona colpita, in cui i lavori più importanti inizieranno a breve per finire in autunno, dopo la creazione della barriera paramassi posta sotto le zone di distacco e crollo. Barsotti è uno dei massimi esperti di eventi franosi a livello nazionale e in particolare dell’anello occidentale isolano. Ha documenti e memorie su accadimenti simili, risalenti alla fine degli anni Novanta del Novecento.
«Ho dati storici sulle precedenti frane – racconta – La frana di Campo Lo Feno è avvenuta in una zona dove non si era intervenuti; gli studi condotti prima del 1998 non la classificavano tra le più urgenti. Comunque gran parte della Sp 25 “Anello occidentale dell’Elba” è a rischio. La frana di sei mesi fa è stato un evento molto rilevante, tra i peggiori avvenuti nell’Elba dell’ovest per i danni che avrebbe potuto procurare anche in termini di vite umane. Ma è successo di domenica e in quel periodo il transito era ridotto, anche dalle restrizioni anti Covid-19».
«Sono crollati elementi con massa ben oltre le 10 tonnellate e due blocchi granitici – dice Barsotti – che hanno superato la provinciale, finendo nella proprietà dell’avvocato Chiarelli, sono oltre le 15 tonnellate. Tutto ciò la dice lunga sull’effettiva urgenza di intervento che ci sarebbe stata e per questo motivo mi risulta che la Provincia si sia subito rivolta alla Regione, per avere finanziamenti (il costo complessivo dell’intervento era di circa 650mila euro, ndr). Erano rimasti instabili, sui due ammassi sopra la strada, numerosi altri elementi lapidei di roccia granitica. Purtroppo un percorso celere non è stato possibile: da una parte perché la Provincia non aveva le risorse necessarie, mentre la Regione ha finanziato l’intervento tramite le vie ordinarie e non d’urgenza. Io avevo predisposto il progetto esecutivo necessario alla fine di dicembre – prosegue – al di là dei lavori di somma urgenza immediati, che la provincia ha comunque stanziato. Con un intervento rapido, da gennaio ad aprile, quindi con la Toscana in zona rossa per la pandemia, si sarebbe risolto tutto senza disturbare più di tanto il traffico, con lavori finiti molto prima. Invece abbiamo dovuto prolungare i lavori “in somma urgenza” per garantire un minimo di vigilanza e far passare, sotto la nostra responsabilità ogni giorno i bus scolastici e con un protocollo speciale i mezzi di soccorso, in attesa dell’intervento definitivo che partirà a giorni».
Il tecnico accenna alle cause delle frane: spesso sono gli agenti atmosferici a innescarle, ma esistono concause come l’alterazione degli elementi lapidei esistenti nei versanti del monte Capanne, possono accadere disgregazioni e l’apertura di lesioni, con reazioni chimiche che provocano il distacco, in certe condizioni. «E l’episodio di Campo Lo Feno – precisa Barsotti – è avvenuto senza condizioni meteorologiche avverse particolari. Ciò vuol dire che qualsiasi momento è buono perché si ripetano situazioni di instabilità. Se pensiamo alla mole di traffico in estate, con il flusso turistico, una nuova frana potrebbe determinare gravi rischi. Ma anche d’inverno esistono i movimenti degli abitanti che vanno al lavoro o altrove, poi scuolabus, mezzi pubblici, quindi il pericolo esiste»”.
E Barsotti segnala le aree rocciose colpite da precedenti fenomeni franosi, come alla Punta del Timone, Punta Nera, Infernaccio, Ciglio Rosso e altre, per cui esistono monitoraggi realizzati per avere il controllo di quelle zone, ovvero delle opere realizzate. Sistemi in cui in caso di movimenti delle rocce scatta un semaforo rosso che blocca il passaggio, per prudenza, e in tal caso si prendono altri provvedimenti. A oggi non sono avvenuti allarmi, segno che gli interventi fatti nel passato hanno raggiunto il loro obiettivo.
Infine Barsotti consiglia di predisporre un piano d’intervento, con risorse economiche per tutela e prevenzione, perché lo stato di pericolo permane su vasti tratti. «Non esiste solo la fatalità in questo settore – sostiene – e bisogna anticipare i problemi. Infatti, il documento “Il rischio idrogeologico in Italia” , elaborato dal ministero dell’Ambiente, dice che l’entità del dissesto idrogeologico in Italia ha 6.633 comuni, 1’81,9%, da considerarsi esposti a rischio idrogeologico». —
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