Gioco
Marconi, l’avvocato tra i protagonisti in tv di un caso irrisolto
VENTURINA. Passa dallo studio dell’avvocato Giovanni Marconi la ricostruzione di uno dei casi di nera rimasti irrisolti. L’omicidio del professor Roberto Klinger, freddato da tre colpi di pistola il 18 febbraio 1992 davanti alla sua abitazione a Milano, è uno dei quattro cold case, per dirla all’americana, su cui le indagini non hanno portato a niente. A riprendere il filo della storia è “Mostri senza nome – Milano”, docu-serie in quattro episodi in onda alle 22, 55 su Crime+Investigation (su Sky al canale 119). La puntata in cui potremo vedere l’avvocato venturinese andrà in onda l’1 giugno.
C’è un assassino in libertà da decenni. L’inchiesta è stata archiviata nell’agosto del 1995. Il caso Klinger è destinato a rimanere irrisolto perché non c’è nulla su cui lavorare: non un reperto, non un filmato, non un elemento da scoprire. Ma che c’entra l’avvocato Marconi in questa storia? All’epoca con il collega Armando Cillario, un decano del foro milanese, si occupò della difesa del professor Alessandro Luca Pieretti, suveretano di origine, sospettato dell’omicidio e poi scagionato per mancanza di indizi.
Roberto Klinger era un medico eclettico: diabetologo e internista di fama, medico sociale dell’Inter fino agli anni’70, quella di Facchetti e di Helenio Herrera, capo dello staff medico della Pallacanestro Cantù. L’unico indagato per il delitto il professor Alessandro Luca Pieretti. Collega di Klinger, con un faldone di sei specializzazioni mediche. “Quando la mattina dell’omicidio gli inquirenti chiesero al figlio se c’erano persone che potessero avercela con il padre venne fuori il nome di Pieretti – dice Marconi –. Il mio assistito più o meno tutti i giorni telefonava a Klinger perché temeva che non avrebbe testimoniato a suo favore in una causa civile intentata per un intervento chirurgico mal riuscito, per il quale aveva intentato una causa alla clinica. Fu così che venne sentito una prima volta. Alla polizia che gli chiese dove si trovava mostrò il cartellino che attestava la sua presenza al lavoro. Salvo il giorno dopo andare in commissariato e ritrattare dicendo che si era assentato dal lavoro per accompagnare la mamma della fidanzata a un incontro alla commissione tributaria».
Finì indagato, in cima alla lista dei sospettati. «Tra l’altro era un collezionista di armi, aveva una quarantina di esemplari – prosegue Marconi –. Tra le pistole risultava anche una Molgora, il tipo di arma con cui era stato freddato il professor Klinger. Salvo poi accertare che Pieretti l’aveva venduta due anni prima dell’omicidio. Alla fine la Cassazione dichiarò l’insussistenza degli indizi a suo carico». – M.M.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
