Il Tirreno

l’intervista 

Zona gialla, ma niente tavoli all'esterno. Il titolare del Garibaldi Innamorato: «Io non mi dispero, chiederò spazi fuori»

Francesca Lenzi
Roberto Filippeschi, ristorante Il Garibaldi Innamorato
Roberto Filippeschi, ristorante Il Garibaldi Innamorato

Il ristorante è chiuso dal 14 febbraio. Filippeschi: «Mai fatta domanda prima, ma ora mi adeguo»

28 aprile 2021
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PIOMBINO. Da lunedì l’Italia è ripartita. Un po’ a singhiozzo, ma è ripartita. Compresi i ristoranti che sono tornati ad accogliere i clienti nei propri locali. Con qualche limitazione: all’aperto per tutto maggio. Ancora soltanto all’aperto dal primo giugno la sera, anche al chiuso a pranzo. Il tutto, ovviamente, in zona gialla. C’è chi, però, continua a stare chiuso, perché magari quel posto esterno per piazzare i tavoli non ce l’ha. È il caso del Garibaldi Innamorato, locale del centro storico piombinese, gestito dal 1996 da Roberto Filippeschi, che spiega: «Siamo chiusi dal 14 febbraio e ancora non abbiamo potuto riaprire perché posti fuori non ne ho. Però ho fatto domanda. In 25 anni di attività non avevo mai chiesto lo spazio esterno. Perché non mi piace. Ma ci adeguiamo. Dovrei riuscire ad arrivare almeno a sei tavoli».

Con l’obbligo di far mangiare i clienti solo all’aperto si è sentito di serie B?
«No, quello no. Ho preso la cosa in senso pratico e ho pensato subito a fare domanda per i tavoli fuori. Se avessero deciso di allargare all’interno anche la cena dal 1° giugno, non l’avrei nemmeno chiesto. C’è da dire che con 25 anni d’attività, pur non navigando nell’oro, la situazione non è catastrofica. Però ha iniziato a farsi pesante. Anche per i dipendenti che, solo con la cassa integrazione, vanno poco lontano, e comunque si sono rotti le scatole di stare a casa».

L’asporto?
«In tutti i lockdown e nelle varie zone rosse non ho mai fatto l’asporto. Il tipo di cucina che facciamo noi non si presta per questa soluzione. E tutto sommato credo di aver fatto bene, considerando che questa mattina (ieri ndr) mi sono finalmente arrivati gli indennizzi. Non facendo neppure uno scontrino d’asporto ho perso il 31 per cento di fatturato, rientrando così di poco nei ristori».

Come sarà l’estate?
«Quella del 2020 è andata meglio del previsto, nonostante i posti tolti per il distanziamento. Prima della pandemia ne avevo circa 60, dopo 35. Alla fine, comunque, si lavora meglio e nelle restrizioni la gente è anche disposta a mangiare tardi, dalle 22,30 in poi. Chiariamoci, non mi piace il doppio turno. Se uno vuol stare a sedere per tutta la sera, deve poterci stare. Però la scorsa estate è capitato di farlo, mentre prima succedeva raramente».

Ha partecipato alla manifestazione dello “Scoprifuoco”?
«No. Un po’ per pigrizia, un po’ perché non sono mai stato negazionista. La salute va avanti a tutto. Ultimamente è morta anche la mamma di un mio amico. Il problema c’è e, se occorre stare chiusi un mese in più per risolverla prima, bene. Anche se queste aperture scaglionate non risolvono molto, né da un punto di vista lavorativo, né per quanto riguarda la salute. Capisco, comunque, che la gente sia stanca. E, pensando alla clientela, anche un po’ rassegnata. Sono però anche convinto che, una volta ripartiti, faremo una bella stagione. Come quella dell’anno scorso. Non ci si può sempre lamentare».

Il suo atteggiamento è molto positivo.
«Sono ottimista di natura. E comunque bisogna prendere le cose con filosofia. Inutile rodersi il fegato. Le spese ci sono e preoccupano, è vero, le tasse anche. Ma non sono solo io in questa condizione. C’è l’Italia intera. E non credo ci vogliano far morire tutti. Poi ci sono altre attività anche più penalizzate di noi. Faccio l’esempio di un negozio d’abbigliamento che ha già preso il campionario per la stagione, ritrovandosi tutto fermo. Io le spese ce le ho, ma almeno se son chiuso non compro il cibo. Non è una grande soddisfazione, è vero, ma rispetto ad altre realtà per noi è meno tragica».

Le manca il suo lavoro?
«Mi sono un po’ abituato a stare in casa. Dopo 25 anni ho trascorso il Natale in famiglia. Però alla lunga mi manca il lavoro, certo. Un lavoro che, senza la passione, non lo puoi mica fare per così tanti anni». —

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