Il Tirreno

marco filippi (commissione senato) 

«Ma in mezzo ai misteri c’è una cosa lampante: nessun ordigno esplose»

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LIVORNO. «Non so perché Vincenzo Onorato, l’armatore del Moby Prince, vada a rimettere in pista l’idea di una sciagura causata da una bomba a bordo del traghetto. È una delle poche cose che l’inchiesta iniziale aveva chiarito con fondatezza». Marco Filippi, ex senatore livornese Pd, è stato fra i protagonisti della commissione d’inchiesta di Palazzo Madama che ha dato alla vicenda uno scossone tale da far ripartire l’attenzione e riaprire il caso.

«Dal nostro lavoro è emerso che le perizie sui corpi erano state fatte un po’ troppo alla svelta senza badare ai tempi di decesso o agli esami tossicologici, parecchi altri aspetti – aggiunge – sono stati seguiti in modo insufficiente. Ma la storia della bomba no: dopo la perizia di Massari (Criminalpol) che aprì questa ipotesi, gli accertamenti degli esperti della Marina e tutti gli esplosivisti successivi, compresi quelli che hanno aiutato tanti anni più tardi il nostro lavoro, hanno dimostrato senza ombra di dubbio che non è stata una bomba. A spiegarlo in modo inequivocabile è il fatto che le deformazioni riscontrate sul traghetto sono quelle di una esplosione di gas». Così come l’analisi dei tempi, aggiunge, è la riprova che la collisione non può essere avvenuta con il Moby che stava rientrando in porto.

Per Filippi, che ricorda anche «le manomissioni andate a vuoto», invece bisogna mettere l’accento sul fatto che il traghetto ha compiuto una «improvvisa virata tutta da spiegare», prima di finire contro la petroliera. E questo, a giudizio dell’ex parlamentare, chiama in causa tre scenari: 1) l’imperizia; 2) la perdita di controllo; 3) una manovra disperata per evitare qualcosa in mare. Ma cosa? —

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