Il Tirreno

Disperazione e sfiducia «Trascurati da mesi, almeno salvateci l’estate»

Luca Centini

I titolari delle attività bocciano la riapertura parziale dal governo dal 26 aprile «Uno zuccherino, vogliamo lavorare anche al chiuso: rispetteremo le regole»

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Luca Centini

PIOMBINO. Hanno rallentato il traffico in entrata e in uscita dal porto. Fino a bloccare i mezzi pesanti destinati all’isola d’Elba, costretti a fermarsi alla rotatoria di fronte al Bar Elba. È stata una protesta simbolica, quella organizzata tramite il passaparola e alla quale hanno partecipato diverse decine di persone, in prevalenza ristoratori di Piombino, della Val di Cornia e della Maremma.

«Siamo stufi, questa volta dovete ascoltarci», hanno urlato i manifestanti mostrando striscioni e ponendosi proprio al centro della carreggiata intorno alle 8,30 di mattina. Tante voci, esperienze di vita e di lavoro non sovrapponibili. E opinioni diverse, tra chi è sceso in piazza per chiedere di tornare a lavorare e chi, invece, si spinge oltre puntando il dito contro la «dittatura sanitaria» e chiedendo la revoca dello stato di emergenza per tornare alla normalità, virus o non virus. Quello che, nonostante le posizioni diverse, mette tutti d’accordo è il carico di rabbia e frustrazione accumulato in questi mesi. Per poco più di un’ora via della Resistenza è stata bloccata dal gruppo di manifestanti, senza alcun tipo di disordine o episodio di violenza. «Questa iniziativa è nata tra di noi in questo periodo in cui sicuramente siamo stati lasciati da parte – spiega Simone Salerno, titolare della Taverna dei Boncomapgni in corso Vittorio Emanuele – Noi, come altre categorie. Io manifesto personalmente per la disparità di trattamento nei nostri confronti da parte del governo. La riapertura il 26? Sembra un contentino dopo che abbiamo iniziato ad agitarci. Non basta perché il 50 per cento delle attività non ha lo spazio esterno, quindi si penalizzano tante imprese che non ce la fanno più. Con noi ci sono le palestre, le piscine, i teatri. Tante persone sono rimaste otto mesi senza stipendio, non penso che si possa vivere così».

Tra coloro che sono scesi in piazza c’è chi si spinge a chiedere la revoca dello stato di emergenza. Tra questi Sandro Cioni, titolare del ristorante al Bucogiusto, nel centro storico: «Chiediamo sia dato lo stop a questo stato di emergenza sanitaria, ma non solo – spiega – La riapertura del 26 è uno zuccherino che servirà a poco perché la stagione non è ancora iniziata e perché il clima è quello che è. Quindi lavorare fuori ad aprile e maggio anche la sera è un problema. Chi non ha i posti fuori, poveraccio, si dovrà arrangiare in un’altra maniera. L’estate? Sono fiducioso, penso che ci facciano lavorare, altrimenti sbattiamo tutti contro il muro. Siamo arrivati, non ne possiamo più anche dal punto di vista mentale».

Non sono mancati striscioni e slogan contro l’emergenza sanitaria. Non sono piaciuti a tutti. Marco De Monaco, titolare del Ristorante Pizzeria Falesia, non prende sottogamba l’emergenza sanitaria. Non per questo è soddisfatto di come la situazione sia stata gestita. «Vogliamo avere i soliti diritti che hanno le mense e gli autogrill, lavorando nel rispetto dei distanziamenti e delle regole – racconta – La riapertura del 26? Io fuori ho tre tavoli, come lavoro in questo modo? Dov’è il lavoro? Con l’asporto non ci si fa più. Chiediamo una riapertura in sicurezza anche negli spazi all’interno, sia pure con controlli e protocolli di sicurezza. Se gli autogrill e le mense sono aperti, chiediamo di esserlo anche noi con le stesse regole».

Francesco Ricciardi, titolare del ristorante Il Peccato è uno dei più attivi. Gestisce la situazione parlando con le forze dell’ordine, è stato uno degli organizzatori della protesta: «Questa è un’iniziativa popolare – spiega – Il blocco è stato organizzato dalla popolazione che non ne può più di questo stato di emergenza. Finché dura un mese si può sostenere, dopo tutti questi mesi non più. Io ho un ristorante in centro storico, il 26 ci riaprono ma se torniamo in zona arancione possiamo stare aperti solo a pranzo. L’economia è già compromessa, le aziende stanno creando debito da più di 14 mesi, dobbiamo sospendere lo stato di emergenza per permettere alle istituzioni e alle amministrazioni di gestire questa grave situazione. Questo è il messaggio che deve passare».

C’è chi è salito in macchina e ha percorso chilometri pur di partecipare al presidio. Tra questi Sara Ferri, titolare del Ristorante Da Reno a Marina di Castagneto: «C’è molta rabbia perché ci sono delle ingiustizie sociali – dice – i supermercati e i centri commerciali pieni di gente, ma ristoranti e bar sono danneggiati quando potremmo lavorare nel rispetto delle regole e dei distanziamenti. All’inizio siamo stati in silenzio perché abbiamo capito le difficoltà del governo, ma dopo tredici mesi basta. Io ho sette dipendenti, in questo periodo avrebbero lavorato quasi a pieno regime e invece non hanno niente. E abbiamo ricevuto zero ristori nel 2021, qualcosina nel 2020. La riapertura del 26 non può bastare: è solo all’aperto e il tempo non sarà bello, ho clienti affezionati, ma con l’ombrello a mangiare da me non vengono».

Scoramento e rassegnazione. È lo stato d’animo prevalente tra chi, ormai da mesi, ha visto la propria vita lavorativa cambiare radicalmente per colpa del virus. Luca Mariotti è il titolare della pizzeria New Hemingway di San Vincenzo: «Ho una pizzeria con apertura solo in orario serale – racconta – Non c’è stato momento, né un colore che mi abbia permesso di stare aperto. Vado avanti con l’asporto tre giorni a settimana, ma non basta. Gli autogrill sono aperti senza misure particolari. A noi invece ci hanno obbligato a mettere plexiglass, lavorare solo con le prenotazioni, imposto le misurazioni della temperatura. Al governo dico di darci fiducia, siamo in grado di mettere in pratica le regole che ci saranno chieste. Ci sentiamo presi in giro e quando hai una moglie, due bambine piccole e dopo così tanti mesi hai come unica fonte di guadagno il locale, diventa difficile andare avanti e credere a quello che dicono loro».

La preoccupazione più grande per chi fa questo lavoro è perdere l’estate, il periodo in cui i guadagni sono più importanti. Lo ha spiegato bene Davide Govi, titolare del ristorante La Rocchetta in piazza Bovio, a tu per tu con il sindaco Francesco Ferrari: «L’estate deve essere salvata, altrimenti è un dramma – ha detto – Ormai il lockdown non abbiamo più tempo per farlo, forse avremmo dovuto farlo quando c’era il momento. E invece lo abbiamo fatto solo noi stando chiusi e sacrificandoci, ora abbiamo un limite. Io ho detto il quindici giugno, una data che segna l’inizio dell’estate: per quel periodo bisogna essere liberi». —

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