Italia
Jsw, si va avanti col presidio «Ma Giorgetti convochi Jindal»
E ora a preoccupare i sindacati arriva la crisi della Magona per il crac della banca che finanzia Gupta e la Liberty Steel
Cristiano Lozito
PIOMBINO. Sesta settimana di presidio alla portineria Jsw, un mese e mezzo ad aspettare qualcosa che non arriva mai. Non solo la convocazione del ministro dello sviluppo Giancarlo Giorgetti che ha tagliato fuori istituzioni locali e sindacati dalla concertazione («finché non ci sono novità vere non chiamo nessuno», ha detto il ministro), ma soprattutto una mossa della proprietà che testimoni la volontà di andare avanti con i progetti per Piombino.
In realtà su Sajjan Jindal, che doveva rappresentare la rinascita dell’acciaio piombinese dopo il flop algerino di Issad Rebrab, non conta più proprio nessuno, né in città, né tra lo sparuto gruppo di sindacalisti che non molla il presidio.
Al presidio facce stanche, poca voglia di parlare. «Le parole le abbiamo finite – dice un operaio – ora è la politica che deve fare i fatti». Del resto la politica impegni ne ha presi tanti, negli ultimi nove anni di crisi in cui si sono succedute quattro diverse proprietà (Lucchini, Mordashov, Rebrab, Jindal) con la presenza costante del commissario di governo Piero Nardi, e la cassa integrazione per 1500-2000 operai a seconda dei periodi. Si calcola qualcosa come 25 milioni l’anno spesi dallo Stato negli ammortizzatori, il rischio di un taglio della “cassa” è uno spauracchio per molti lavoratori fuori da anni dalla fabbrica, e con logiche difficoltà per età e competenze, a trovare un’altra occupazione. Un problema che non riguarda solo Piombino e la Val di Cornia, ma un altro pezzo di Toscana, fino a Massa a Sud e Cecina a Nord.
La politica, dunque, ha frequentato il presidio fin dal primo giorno, tutti hanno preso impegni (dal presidente Eugenio Giani, al sindaco Francesco Ferrari, passando per il senatore forzista Massimo Mallegni e il deputato del Carroccio Manfredi Potenti), consistiti in realtà nel cercare di porre la questione all’attenzione del ministro. Ma se Giorgetti anche a loro in sostanza ha ribadito che ritiene inutile convocare chicchessia finché non sarà delineata una strategia complessiva del governo sull’acciaio, capace di coinvolgere non solo Piombino ma anche Taranto, Terni e le realtà lombarde, negli ultimi giorni pare che in questo senso ci siano stati (piccoli) passi avanti. Giorgetti intanto ha affidato alla viceministra dei 5Stelle Alessandra Todde il compito di seguire direttamente le questioni siderurgiche, inoltre il ministro si è espresso sulla necessità di salvaguardare le produzioni di punta italiane, tra cui le rotaie piombinesi, immaginando una sorta di filiera siderurgica con i principali produttori. Difficile dire dove tutto ciò possa portare e soprattutto in che tempi, considerando che alla fine del mese scade il bando Rfi per le rotaie, e che a giorni – forse fin da domani – si fermerà proprio il treno di laminazione delle rotaie, ultimo degli impianti in marcia. Per questo i sindacati insistono sull’esigenza di incontrare al più presto Giorgetti, ma pure che il ministro convochi Jindal per capire se l’industriale indiano ha ancora idea di restare a Piombino o – come si vocifera da mesi – attenda solo un’offerta per andarsene.
In un quadro così disastrato è piovuto un altro problema serio alla Magona, gioiellino acquistato nel 2019 dalla Liberty di Sanjeev Gupta, incappato nel crac di Greensill Capital, principale finanziatore di Liberty, in cui lo stesso Gupta ha una pesante esposizione. In attesa di una soluzione, ossia l’arrivo di un nuovo finanziatore, Magona sta cercando di andare avanti in autonomia, grazie al suo buon nome e al suo mercato. Ma, ovviamente, ha bisogno di una soluzione definitiva e in tempi brevi. —
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