Toscana
La storia triste di Picitrì, il cane amico dei ragazzi
Finito al canile, fu salvato e adottato finché qualcuno lo seviziò uccidendolo
PIOMBINO. La storia di Picitrì inizia oltre 40 anni fa, quando come altre decine di ragazzini fui proiettata in una realtà del tutto diversa dalla mia e che non conoscevo: dall’abitare in centro a Piombino mi ritrovai in una zona periferica e all’epoca era come essere traghettati in un altro paese, anche perché non c’erano molti mezzi per spostarsi. Mi adattai alla nuova situazione, facendo amicizia con altri bambini.
Pici entrò nella mia vita un pomeriggio. Come al solito giocavo sotto il porticato, vidi arrivare un cane rosso pelo corto, piuttosto magro e zoppicante, aveva la zampa anteriore sinistra offesa: da sempre innamorata degli animali, soprattutto dei cani, mi avvicinai e lui si mise subito a scodinzolare. Aveva la coda corta con un ciuffetto di pelo biondo in cima, lo accarezzai e lui sembrò gradire molto, poi mi accorsi che aveva un collare di catena attorno al collo, talmente stretto che penetrava nella pelle, così chiesi al mio vicino di casa, un ragazzino della mia età, se nello stanzino avesse delle tronchesine, dopo sforzi immani riuscimmo a tranciare il collare e a levarlo.
Da quel giorno Pici stazionò sempre sotto il portico dove abitavo, la mattina lo trovavo davanti al portone che mi aspettava e mi accompagnava fino alla fermata dell’autobus, quando tornavo da scuola era alla fermata ad aspettarmi e con la sua andatura claudicante mi riaccompagnava a casa, dove mangiavo in fretta e furia per scendere a giocare con lui.
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.40030476:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.40030476:1652944881/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Era diventato il cane di tutti i ragazzi: seguiva i maschi che andavano a caccia di lucertole impazzendo quando ne vedeva una, veniva con noi ragazzine a fare lunghe passeggiate; insomma, si era integrato al punto che anche la domenica veniva con noi alla messa, entrava in chiesa e si sdraiava in fondo vicino alla porta, non appena il parroco pronunciava le parole finali schizzava fuori e andava di filato al bar dove i gestori gli davano una coppetta di gelato.
Riuscì a conquistare anche le persone più impensate. Ad esempio, nel mio portone abitava una coppia di persone anziane, avevano una 126 rossa fiammante che non adoperavano mai per non sciuparla, la tenevano costantemente parcheggiata sotto il portico, lui la teneva tutta “incartata” con quelle coperture grigie e se la lustrava tutte le domeniche. Pici iniziò ad andare a dormire sul cofano di questa macchina, a me venne un colpo, pensai che il signore in questione si sarebbe arrabbiato, invece... mise delle coperte tra il cofano e la copertura e lasciò che il cane dormisse lì. Da non crederci!
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.40030485:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.40030485:1652944880/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Passarono gli anni, non so quantificare quanti. Un giorno tornai da scuola e mia madre mi disse che Pici aveva morso un ragazzino, che la madre aveva fatto denuncia e che l’accalappiacani sarebbe venuto a prenderlo. Non mangiai neanche, schizzai fuori e cercai i miei amici e le mie amiche: nella nostra ingenuità pensammo di prendere il cane, portarlo sulla collinetta dietro al villaggio, costruire una capanna e nasconderlo. Detto fatto: lo tenemmo tutto il giorno con noi lontano dal villaggio, ma venne l’ora di rientrare a casa e benché avessimo approntato un giaciglio per lui nella nostra meravigliosa capanna, Pici non rimase lì, ma ritornò giù al suo solito posto.
Il giorno dopo l’accalappiacani lo prese, ricordo ancora la disperazione che provai. All’epoca i cani venivano tenuti 15 giorni al macello pubblico e poi, se nessuno li reclamava, venivano soppressi. Non mi davo pace e come me gli altri ragazzini, scongiurai mio padre di andarlo a riscattare, ma non ci fu nulla da fare, non voleva cani. La mattina presi l’autobus più di un’ora prima e andai fino al canile che era dalla parte opposta della città; il guardiano, mosso a compassione, mi fece entrare. Così andai a trovare il mio amico, lo avevano messo in una gabbia piccolissima senza nemmeno un giaciglio, con il fondo di cemento perennemente umido, c’era un odore indescrivibile che mi prendeva lo stomaco, ebbi giusto il tempo di fargli due carezze attraverso le sbarre e poi dovetti correre per arrivare in tempo a scuola.
Passavano i giorni, la fine di Pici si avvicinava. Ma dato che il bisogno aguzza l’ingegno, mi venne un’idea: l’unico che poteva aiutarci era il parroco! Così andammo con gli altri ragazzi tutti da lui e gli chiedemmo aiuto. Non si fece pregare molto: così il cane venne iscritto a nome del parroco e noi pagammo la tassa sul possesso dei cani.
Non scorderò mai la mattina che finalmente lo liberarono. Riuscii a convincere i miei a non mandarmi a scuola, alle 7 di mattina ero già davanti ai macelli munita di un collare e di un guinzaglio rosso che avevo acquistato il giorno prima. Mi dettero Pici e con lui mi feci tutta la strada a piedi fino ai Diaccioni. Pici visse con noi e ci accompagnò in tante scorribande ancora per diversi anni.
Poi un giorno, dopo essere tornata da una gita scolastica, chiesi dove fosse Pici: non lo avevo visto al suo solito posto e non era arrivato nemmeno ai miei richiami; mia madre mi disse che non lo vedeva da un paio di giorni, mi misi a cercarlo, chiesi a tutti, ma niente, sembrava svanito nel nulla. Poi mi venne in mente di andare a vedere in un giardinetto dietro a una delle torri e in mezzo ai cespugli lo vidi, era lì sdraiato, lo chiamai ma non si mosse, mi avvicinai: aveva la museruola che gli bloccava le zampe anteriori e un fil di ferro quelle posteriori, non aveva ferite evidenti. Pensai che fosse morto, ma lui aprì gli occhi e mi guardò, così gli slegai le zampe, lo presi in braccio (non so nemmeno io come feci) e riuscii a portarlo a casa. Mia madre, mossa a compassione, mi permise di metterlo nello stanzino e promise che la mattina dopo lo avrebbe portato da un veterinario. Così fu fatto, scesi molte volte a vederlo, beveva, beveva e perdeva pipì mista a sangue.
La mattina dopo mi costrinsero ad andare a scuola, fu una mattinata interminabile, volevo avere notizie del mio amico e la campanella non suonava mai. Alla fine giunse il momento del rientro e lì mi aspettava il mio primo vero grande dolore: Pici era stato soppresso. Il veterinario aveva detto che aveva ferite interne gravissime; evidentemente qualcuno, dopo averlo immobilizzato, lo aveva picchiato a morte.
Sono passati tanti anni, ma a rievocare questa storia ancora mi si stringe il cuore e piango. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
