Toscana
Da un anno aspetta di aprire la palestra, ma il Covid lo ha fermato
La singolare protesta di Riccardo Spinetti Ha attaccato alla porta un manifesto funebre: «È morta la libertà»
PORTOFERRAIO. Da un anno cerca di poter aprire una palestra nel centro storico di Portoferraio, ma le restrizioni imposte per far fronte all’emergenza Covid non glielo hanno permesso. Così Riccardo Spinetti ha scelto un modo molto particolare per manifestare il proprio disagio. Ha attaccato alla porta di quella che sarà la sua nuova palestra una sorta di manifesto funebre. Solo che il morto, per lui, sarebbe la signora “Libertà” e il motivo per il quale sarebbe venuta a mancare è perché «è stata uccisa dal sistema». Una protesta che non è passata inosservata agli abitanti del centro storico di Portoferraio, visto che il locale si trova in piazza Duchoque. Basta parlare con Riccardo per capire quanto il bersaglio della sua protesta sia la gestione della pandemia a livello nazionale che, secondo lui, danneggia in particolare un settore come quello delle palestre. «La mia protesta è anche a nome di tutti quelli che come me sono chiusi – spiega davanti all’ingresso della sua palestra – protesto perché non ci fanno lavorare ormai da un anno. Io stavo partendo con la mia attività, in questo periodo stavo valutando anche di prendere un fondo più grande, ma con questa incertezza non si può progettare niente. Ci dicono che ci avrebbero fatto riaprire a marzo, poi non si sa più niente». La rabbia, insomma, è molta. Così come l’insofferenza di fronte alla gestione della pandemia che, nel caso di Riccardo, si esprime con dei comportamenti non certo in linea con le precauzioni richieste per far fronte alla proliferazione del virus. Il titolare della palestra non nasconde la sua insofferenza alle mascherine, tende a ridimensionare la portata dell’emergenza e critica le stesse misure che, qualora si optasse per la riapertura, sarebbe chiamato come tutti a rispettare. Al netto di tutto questo, restano tuttavia le difficoltà di chi attende da tempo di poter tornare a svolgere la propria attività. «Se ci faranno lavorare lo faranno a condizioni quasi inaccettabili, allenarsi con le mascherine non è proprio il massimo – racconta – queste decisioni vengono prese da tecnici che prendono migliaia di euro al mese, quando nella realtà ci sono persone che non sono più messi nelle condizioni di lavorare». —
Lu.Ce.
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