Il Tirreno

Quelle partite infinite sotto il sole d’estate, quando al Santissimo giocava il Celtic Roma

Marco Mottolese* ; *Giornalista e turista a Porto Azzurro
Quelle partite infinite sotto il sole d’estate, quando al Santissimo giocava il Celtic Roma

Anni Settanta: il calcio era solo un pretesto per creare le amicizie tra i turisti in vacanza a Porto Azzurro e i ragazzi dell’isola 

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Il racconto

Marco Mottolese*

Ci dicevano spesso che prima si chiamava Porto Longone ma per noi era Porto Azzurro, come il colore del suo mare. In questo luogo, come se si fossero date appuntamento, le famiglie di Roma e quelle della Toscana trovavano, dal dopoguerra in poi, il rifugio ideale per le vacanze estive. Gli adulti con gli adulti, e i piccoli con i piccoli.

A volte tutti insieme, su spiagge allora deserte, come una grande tribù che propizia un rito stagionale. Il tipo di vacanza che spontaneamente plasmava questa –in parte improvvisata comunità – era diverso dallo stile vacanziero dell’epoca: niente a che vedere con le eleganti ed intellettuali vacanze del “Forte”; nulla da spartire con la riviera romagnola dove spuntava il culto del fisico. Lì si era in un’isola e ogni isola, si sa, ha il suo stile. E Porto Azzurro, inoltre, era un’isola nell’isola, paesino incastrato nella sua bellezza, tra il monte della croce e una “lunga” insenatura che ha sempre fatto gola alle barche, sin dai tempi dei pirati. E se era rifugio sicuro per le barche ancor più lo era per quelle famiglie, diverse solo nelle inflessioni dialettali, che trovavano nella piazza, di sera, il modo di conciliare le chiacchiere al bar Corinto o Casella con gli “amici estivi” nella piena serenità di osservare i propri figli giocare e vociare, nell’ampio spazio che si affaccia al mare, senza il pericolo delle automobili. Agli occhi nostri di bambini la piazza era come un immenso salotto di casa e giocavamo sereni, come se intorno ci fossero tantissimi zii ad osservare gli slalom col pallone dei maschietti e le confidenze delle bimbe sulle panchine. Porto Azzurro la sera era questa, un sereno ritrovo tra amici, dopo una giornata passata sulle spiagge capoliveresi, meta prediletta di ogni età. Erano i primi anni ’70, a ridosso del boom economico, le vacanze erano sacre. Per molti di noi, che arrivavamo da Roma, Porto Azzurro era un territorio esotico, magico, dove ritrovarci ed essere liberi; incontrare ogni anno gli amici dell’anno prima, riallinearsi, dopo dodici mesi trascorsi in attesa di quei momenti, non solo era bellissimo, ma ci permetteva di percepire la forza della comunità che aveva messo le proprie basi in quel porticciolo con l’intento di creare una seconda vita parallela a quella di città e che teneva desta la nostra attesa per tutto l’anno. E ancora oggi la terza generazione di quel felice gruppo di amici degli anni ’70 frequenta il paese e l’isola con la famigliarità di chi sa che in quella piazza c’è la storia dei nonni, dei genitori e dei fratelli maggiori.

Ci sono vari modi di fare amicizia quando sai che il tempo è limitato. Uno di questi, soprattutto per i maschi, è sfidarsi a pallone dandosi nomi di circostanza. Da “scapoli contro ammogliati” a “padri contro figli”; noi pensammo a “villeggianti contro locali” ma per fare le cose fatte bene decidemmo per un nome che oggi verrebbe detto “glocal”: fondammo così il “Celtic Roma”, un po’ Glasgow un po’ Capitale, perché del Celtic amavamo il disegno unico della maglia (più rugby che football), la forza barbara del loro calcio, la storia fiera; alla fine degli anni ’60 il Celtic aveva vinto la coppa dei campioni, per noi era un mito. Amorevoli sartine crearono le inconfondibili magliette con le strisce verdi avvolgenti e decidemmo per pantaloncini neri che ripetevano, cucito sulla gamba, il numero della maglia; volevamo distinguerci.

In quegli anni si alimentava il mito del calcio del nord, un calcio maschio ed eversivo, non certo gli “abatini” della nazionale italiana cantati all’epoca da Gianni Brera. E quale miglior rodaggio per una squadra nuova di zecca che andare subito in trasferta, in quel polveroso campo di Porto Azzurro sotto la montagna, che a noi sembrava Wembley ma forse a chi veniva a guardarci pareva più El Alamein? Sono certo che la notte che precedette la “prima” nessuno di noi dormì: Riccardo detto Riccio, Bruno detto Nilde, Massimo detto Nanuk, Andrea, che litigava, Carlo, che giocava con gli occhiali, Giorgio il più alto e Nicolini, che sembrava avere solo il cognome, per dirne alcuni, uniti da una maglietta e dalla voglia di non fare figuracce contro la squadra dei “locali” tenevano, come me, a questa partita come fosse la ragione unica di quella vacanza. E c’era da soddisfare il pubblico, fratelli, zii, genitori e fidanzatine, unici tifosi presenti al campo ché i “portoazzurrini”, invece, vivevano quelle partite in assenza di pathos e dunque di seguito. Per loro, si percepiva benissimo, era solo un pomeriggio come tanti. Ma non per noi, quelli del Celtic Roma che volevamo dimostrare al mondo, cioè al mondo delle nostre vacanze, che non eravamo “signorini” impauriti, ma squadra vera, tosta, capace di tenere testa a quei ragazzi abbronzati più di noi, belli e selvaggi e che giocavano a volte scalzi, come il Bikila che vinse la maratona alle olimpiadi a Roma nel ’60.

C’era, dalla parte avversa, Giancarlo, era il loro capitano, leale, sorridente, corretto. Con lui in campo potevamo anche fare a meno dell’arbitro perché nessun sopruso sarebbe entrato in gioco. E poi non ci mollava un attimo Roberto detto Rò, il fotografo che fece foto e filmini di gioco e di contorno, che ancora oggi allietano i nostri lockdown.

È chiaro che le due squadre avevano emozioni e sentimenti discordanti. Per noi si trattava, inconsciamente, di creare ricordi indelebili e sentirci parte del territorio. Per gli avversari, che non si sentivano squadra, ma giovani uomini che giocano a pallone in un assolato pomeriggio del mar Tirreno, era solo un modo di passare il tempo e forse farsi belli agli occhi del nostro pubblico, visto che il loro non c’era mai.

Via, si parte, immergiamoci nel polverone del deserto chiamato “campo” che quando alzavi gli occhi su una palla spiovente vedevi in lontananza il carcere, il forte Longone in virtù del quale tutto diventò Azzurro.

Erano pomeriggi alla Paolo Conte perché davvero l’azzurro trionfava da ogni parte e perché avevamo 15 anni e pensavamo che il mondo fosse bello perché un pallone, due porte e gli urli dentro un campo polveroso ci facevano dimenticare tutto, sospendere ogni ansia e ogni giudizio, crederci uniti per sempre. Poi, la sera, qualunque fosse il risultato (per la cronaca, a volte vincevano “loro”, a volte noi) per tradizione andavamo da Alido, e sui tavoloni di legno consumavamo la pizza della squadra stilando le pagelle, discutendo gli errori e le strategie mancate (ché prima di una partita sembra che puoi giocare a tavolino e poi ti rendi conto che in campo cambia tutto) per poi spostarci in piazza pensando di essere nello sguardo di tutti, come se quella partita, che in realtà riguardava solo chi giocava e i pochi sparuti spettatori intervenuti solo per impegnare uno degli infiniti pomeriggi mediterranei, fosse andata in mondovisione e tutti già conoscessero i coraggiosi giocatori del Celtic Roma che avevano osato sfidare in casa loro i temibili, anarchici ed infaticabili “brasiliani” del “Porto Azzurro”. Poi, ci guardavamo intorno, e aspettavamo di scorgere i ragazzi che avevamo sfidato: spesso lavoravano nei negozi intorno alla piazza. Passavano, ci individuavano, e a malapena ci salutavano: era palese che di quella partitella, che ai nostri occhi significava tutto, loro non ricordavano molto anche se, l’anno successivo, appena arrivavamo in paese, erano sempre loro a gettare il guanto della sfida: sotto sotto gli eravamo mancati. —

*Giornalista

e turista a Porto Azzurro

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