Il Tirreno

La cronista di talento che scriveva di isole, fatti e persone irripetibili

elena maestrini
La cronista di talento che scriveva di isole, fatti e persone irripetibili

Ecco l’incipit del libro di Elena Maestrini, edito dalla casa editrice Il Foglio 

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il brano

elena maestrini

Si svegliò che il sole era già alto. Aprì gli occhi con la certezza che anche quella sarebbe stata una giornata memorabile. Una giornata così eccezionale da occupare tutta una pagina di giornale. I caratteri minuscoli, stampati nella notte, avrebbero raccontato di fatti e persone irripetibili. Di luoghi non comuni. Di isole e navi.

Della vita intorno a Cosmopoli. Una città mista di acqua e vento, aggrappata a parole effimere che dovevano essere trattenute. Strappate al mare circostante che con un'ondata se le sarebbe portate via.

Lu' doveva resistere a tutto questo. Era stata messa a guardia dell'insignificanza. Doveva restituire il senso alle cose. Essere la coscienza del tempo e sussurrargli, con i tasti del computer, che non si faceva così. Non si fuggiva via dalle proprie responsabilità. Eh no, tempo infame. Sempre a scappare. Ora ti fermo io. Lo avrebbe trattenuto lei, l'angelo urbano con i capelli colorati e le calze a righe. I cappelli di lana, gli anelli strani, che fumava sempre. Fumava troppo. Sarebbe stata la pianta tenace che cresceva nelle crepe dei muri, il primo caffè della mattina, il sorso di miele e cicuta. L'orecchio teso verso il rumore di fondo della vita cittadina, a raccogliere tutto ciò che era stato perso o sotterrato volutamente. Riordinandolo lungo la linea casuale e immaginaria della cronaca locale.

Lu' pensò all'incidente in mare del giorno prima. C'era da far parlare i testimoni, e anche le vittime, se i medici lo avessero permesso. Nessuno dei due anziani caduti in acqua era grave, però all'ospedale i giornalisti non erano stati fatti passare. Le corse un brivido lungo la schiena. Ormai si era abituata, e anche il fatto che gli incidenti la elettrizzassero non le procurava più i sensi di colpa di una volta. La storia dei due pescatori caduti in mare per una manovra sbagliata le aveva mandato l'adrenalina alle stelle. La possibilità, remota e per ora fantasiosa, che i due fossero stati sbalzati fuori bordo dall'impatto con una balena, le aveva solleticato i polpastrelli. Magnifici polpastrelli da tastiera. La pagina sarebbe venuta benissimo. Come apertura, l'intervista alle vittime. Come pancia, il racconto drammatico - anzi epico – dei soccorritori. Come piede, l'ansia delle famiglie che nonostante il calare della notte non vedevano arrivare i due. Come spalla, l'intervista al medico che non riusciva a spiegarsi la sopravvivenza degli anziani dentro l'acqua. Si taceva ovviamente che era quasi estate, che il mare era già abbastanza caldo, che le vittime erano eccellenti nuotatori e che forse erano stati in acqua sì e no tre o quattro minuti. Quella pagina doveva trasudare salmastro. In modo che i primi turisti ci trovassero una testimonianza dell'invadenza del mare, dell'insufficienza di quel lembo di terra, l'isola, incapace di contenere tutte le aspirazioni umane. In modo che capissero che cadere in acqua non era una casualità, ma un'esperienza necessaria. Una forzatura dei limiti che rendeva più isolani che mai tutti gli abitanti di quell'isola. Sì, il taglio della pagina sarebbe stato quello. La caduta come tentativo di liberazione dai confini prestabiliti. —



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