Gioco
Documenti del paese di inizio secolo donati al Comune dalla nipote di Pazzaglia
Il messo comunale ha lasciato un vero tesoro: sentenze, carte sulla “battaglia” per gli usi civici, una notifica di vincolo a Giovanni Carducci
monteverdi
Evaristo Pazzaglia è un nome che dice poco o nulla ai monteverdini di oggi, ma tra la fine dell’800 e i primi decenni del “secolo breve” fu personaggio di rilievo. Sua nipote Elisabetta Anselmi - monteverdina dal 1974 residente a Donoratico, sorella di Carla e Giancarlo tuttora residenti a Monteverdi - di recente ha donato al Comune un’ampia documentazione che il nonno aveva lasciato alla figlia Emma, sua mamma. Sono “carte” interessanti: fotografano attraverso atti ufficiali, sentenze in copia, trascrizioni di testi ormai introvabili vicende che hanno fortemente caratterizzato la vita del paese. Una per tutte, la ricostruzione passo dopo passo della battaglia giudiziaria per gli “usi civici”, il diritto, sancito fin dal Medioevo, alla raccolta di legna e ai pascoli anche su terreni non di proprietà: a Monteverdi la controversia si protrasse per decenni, da una parte i Carducci ed altri possidenti, dall’altra alcuni pervicaci cittadini sostenuti dall’amministrazione comunale, questi ultimi alla fine vincenti. Nei documenti consegnati a Carlo Quaglierini, presidente del consiglio comunale, c’è molto materiale. Nei paesi l’autorità era rappresentata da poche figure: il sindaco, il medico condotto, il parroco, il maresciallo dei carabinieri. Il messo comunale Evaristo Pazzaglia, non era tra quelle, ma a scorrere le carte lasciate alla figlia, di certo non era personaggio di secondo piano: aveva visione diretta di atti importanti riservati, per conto dell’esattore richiedeva rispetto di obblighi e contratti, passavano dal suo ufficio atti di vendita, locazioni e compravendite. Suo padre Sabatino non aveva denaro per farlo studiare, allora Evaristo si iscrive alle scuole serali, a 37 anni supera a pieni voti “l’esame per il proscioglimento dall’obbligo dell’istruzione elementare inferiore” dinanzi al pretore di Campiglia, che gli apre la strada ad importanti incarichi: giudice conciliatore, ufficiale del “censimento generale della popolazione del Regno”, presidente di una sezione alle amministrative di Livorno. E’ lui che nel 1911 notifica al proprietario Giovanni Carducci fu Carduccio “l’importante interesse dell’Abbazia di San Pietro”, oggi sarebbe l’imposizione di un vincolo artistico-monumentale. —
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