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Cinghiali, il Parco alleato dei sindaci «Via l’area vocata all’isola d’Elba»
Sammuri: «Abbiamo prelevato 10.000 esemplari in 10 anni I cacciatori? Il loro obiettivo è conservare gli ungulati»
PORTOFERRAIO
«L’iniziativa dei sindaci è lodevole, è importante che trovino unità per affrontare un problema delicato come quello dei cinghiali. Solo con la revoca dell’area vocata al cinghiale la gestione degli ungulati sarà la stessa dentro e fuori dal Parco, cosa che fino ad oggi non avviene».
Il Parco, per voce del suo presidente Giampiero Sammuri, dimostra di essere il più grande alleato dei primi cittadini dell’isola d’Elba che, in questi giorni, si sono mossi concretamente per risolvere una volta per tutte la questione dell’emergenza ungulati. Il primo sindaco a scendere in campo è stato Simone Barbi, primo cittadino di Marciana, uno dei territori più colpiti dai danni causati dai raid dei cinghiali. Barbi ha chiesto ufficialmente alla Regione di togliere l’area vocata al cinghiale all’isola d’Elba, un passo che - di fatto - creerebbe le premesse per l’eradicazione degli ungulati, introdotti a scopo venatorio negli anni Sessanta e Settanta. Con Barbi si sono schierati, per ora, altri quattro sindaco (Montauti, Zini, Corsini e Allori), le associazioni ambientaliste, gli agricoltori e i produttori locali. Solo i cacciatori, con l’associazione Libera Caccia e con l’Atc, si sono schierati contro la richiesta di revocare l’area vocata al cinghiale. In questi giorni il presidente del Parco nazionale Giampiero Sammuri ha avuto un incontro con il sindaco di Portoferraio Angelo Zini (presidente della Comunità del Parco) nel quale è stato affrontato l’argomento: l’idea è coinvolgere al più presto la Regione, l’ente che ha indicato l’Elba come area vocata al cinghiale e che, dunque, ha la possibilità di revocarla.
«Il problema del cinghiale non dipende solo dalla gestione all’interno del Parco, ma anche all’esterno dell’area di competenza dell’ente. I cinghiali non stanno solo dentro o fuori dal Parco, ma si muovono liberamente. Quindi gestire la faccenda in due modi diversi non ha senso», fa presente Sammuri che poi specifica meglio il concetto: «Da anni il Parco è impegnato per ridurre al massimo il numero dei cinghiali con un piano articolato di catture e abbattimenti. In un’area vocata, invece, l’obiettivo è completamente diverso e punta alla conservazione degli animali». Insomma, se il Parco vuole ridurre i cinghiali per tutelare la biodiversità dell’isola, fuori dal Parco l’obiettivo è completamente diverso, con i cacciatori che, per ovvie ragioni, non punteranno mai ad eliminare completamente i cinghiali. A tale proposito il presidente del Parco rispedisce al mittente le critiche e le accuse lanciate dai cacciatori nei confronti del Parco. «In dieci anni – spiega il presidente Sammuri – abbiamo prelevato 9740 esemplari di cinghiali dall’isola, in parte con gli abbattimenti e in parte con le catture. È una cifra importante. Se non li abbiamo prelevati di più è perché non ci siamo riusciti, ma non certo perché non lo vogliamo. Fuori dai confini del Parco i numeri non sono paragonabili e questo, sia chiaro, è perché non c’è la volontà di intraprendere questa strada. Quindi (rivolto ai cacciatori ndr) prima si avvicinino ai nostri numeri, poi iniziamo a ragionare». Lo stesso presidente del Parco spiega come un’eventuale revoca dell’area vocata al cinghiale sia il primo passo verso l’obiettivo dell’eradicazione degli ungulati (peraltro già programmato con un piano targato Ispra per quanto riguarda il muflone). «Dal momento che un’area non è vocata al cinghiale, l’obiettivo diventa automaticamente ridurre al massimo il numero degli esemplari. Poi si può discutere sulle tecniche da mettere in campo, ma l’importante è che non vi sia più una modalità di gestione diversa dentro e fuori dal Parco», conclude Sammuri. —
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