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«I più nevrotici? I genitori Ma facciamo attenzione soprattutto ai bambini»
La psicologa: per Marina La Loggia i più piccoli si adattano a tutto però rischiano anche di sviluppare forme di fobia sociale
piombino
Preoccupazione fisica, certamente, ma il Covid-19 ha scatenato anche tante paure psicologiche e fobie legate a una socialità rivoluzionata, se non demolita. La scuola, ideale di aggregazione, viene vissuta nell’attesa del rientro in classe, come negazione di se stessa. Come studenti, genitori e insegnanti hanno affrontato e continuano a farlo la pandemia globale? Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta Marina La Loggia, responsabile in pieno lockdown dello sportello telematico “Affrontiamo insieme l’emergenza Covid-19”, con l’associazione promozione studentesca.
Quando è nato lo sportello?
«Ci hanno rinchiusi in casa il 9 marzo, lo sportello telematico è partito il 13. Ed è stato chiuso a metà giugno. Un impegno non facile che richiede preparazione ed esperienza, perché la gente ha bisogno di tutto. Nel primo mese abbiamo ricevuto un centinaio di contatti. In tutto il periodo circa 250. Soprattutto donne sopra i 25 anni. Anche studenti e pure anziani. Sarebbe una bugia dire che ho avuto a che fare con situazioni da terapia. Mi sono capitati soltanto un paio di casi di persone fortemente depresse, frutto di un problema pregresso».
Cosa chiedevano le persone?
«Oltre alla compagnia, tante chiedevano aggiornamenti sulla pandemia. Molti non si fidano della politica».
La consideravano una specie di bollettino?
«Più che altro mi scambiavano per una virologa. Per capirsi, tante volte le domande erano su come ci si contagia, quante volte occorre lavarsi le mani, e via dicendo».
Come ha influito la pandemia sull’universo scolastico?
«Gli studenti delle superiori hanno patito poco l’isolamento sociale, perché già abituati ai social network. Il problema è stato seguire le lezioni. E qui entrano in gioco gli alunni più piccoli. Ho ricevuto telefonate da genitori che lamentavano la difficoltà della didattica a distanza, mentre ai ragazzi più grandi, poco vogliosi di alzarsi presto, serviva dare un motivo sugli orari delle lezioni. La nevrosi più forte, comunque, era sui genitori».
E adesso è tutto pronto per la ripartenza.
«I genitori continuano a chiamarmi. Non si fidano dei mezzi di comunicazione e non credono si possa tornare a scuola in sicurezza. Le stesse linee guida del governo alimentano questi dubbi. L’obbligo di misurare la temperatura a casa, l’eventualità di una quarantena dopo l’altra in occasione di uno o più casi di positività e l’idea stessa, fortunatamente non così frequente, di chi considera la scuola come un parcheggio. La paura è che la scuola possa venir subito chiusa di nuovo».
Sugli insegnanti, cosa ha da dire?
«Per alcuni, durante il lockdown il problema grosso riguardava un’incompetenza tecnologica che li mandava in panico. C’era poi l’angoscia di non poter tornare a lavorare, la paura di ritrovare una scuola diversa, il timore di affrontare altre quarantene. La preoccupazione maggiore a oggi è legata a una didattica che rischia di non avere continuità. Meglio sarebbe stato lavorare sulla didattica a distanza. A ogni modo, i professori vogliono tornare a scuola. Ho trovato docenti coraggiosi che hanno fatto i test sierologici. Non sono fannulloni, assolutamente, ma si chiedono come sarà questo ritorno».
E gli studenti?
«Anche loro vogliono rientrare in classe, perché comunque la dimensione della socializzazione è mancata a tutti. In diversi, purtroppo, non comprendono l’allarmismo attorno alla pandemia e sostengono che porteranno la mascherina a scuola ma che fuori faranno come sempre».
Per i più piccoli è diverso?
«Nei più piccoli si è innescato un meccanismo particolare: tu puoi tenerli rinchiusi e loro si adatteranno, scatenando però sintomi agorafobici e fobia sociale. Il distanziamento è una precauzione, ma il bambino non può capirlo. Con i più piccoli avremmo dovuto predisporre soluzioni ad hoc, come un diurno prolungato, per non stroncare del tutto la loro socialità».
Cosa possiamo fare ora?
«Il meno peggio. Cercare di fare una didattica a turno, ridurre il numero dei ragazzi in classe». —
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