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l’intervento 

Subacquei e specialisti In 160 per la missione

Subacquei e specialisti In 160 per la missione

Venti palombari del Comsubin, due navi e supporto a terra che proseguono le operazioni del contrammiraglio Caligiore 

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piombino

«È un’attività delicata e abbastanza complessa perché si lavora a delle profondità al limite. Ma si tratta di un’operazione che rientra in quelle per cui siamo impiegati, dal recupero di rifiuti speciali dai fondali a quello di ordigni bellici della Seconda guerra mondiale». Dà la cornice l’ammiraglio di divisione Giuseppe Berutti Bergotto, capo ufficio affari generali dello Stato maggiore della Marina. Il 3 agosto al porto di Piombino sono arrivati i primi militari e mezzi per assolvere all’incarico di ricerca e recupero delle ecoballe disperse in prossimità dell’isolotto di Cerboli dal cargo IVY il 23 luglio 2015.

Le precedenti attività di ricognizione effettuate dalla Guardia costiera hanno permesso di circoscrivere l’area di indagine e di identificare la posizione di 28 delle 40 ecoballe disperse, più alcuni bersagli, per dirla in gergo militare, che devono essere ancora verificati. C’è da evitare immersioni a vuoto, considerando i naturali spostamenti dovuti ai movimenti marini degli ultimi mesi.

Venti i palombari del Gruppo operativo subacquei (Gos) del Comando subacquei e incursori (Comsubin) coinvolti. Sono parte della task force che tra gli equipaggi delle navi Caprera, 48 militari, Tedeschi (16) e Rimini (44), oltre al supporto a terra e il personale della Protezione civile nazionale e di Ispra e Arpat vedi in campo per l’emergenza ecoballe 160 uomini. I subacquei lavorano in coppia. Immersioni di mezz’ora su fondali nell’ordine dei -50 metri. E per ottimizzare i tempi di decompressione verrà utilizzano la tecnica del salto. In pratica, completando il ciclo all’interno della camera iperbarica installata a bordo della nave Tedeschi, che può accogliere fino a due subacquei e in caso di bisogno anche un infermiere o un medico.

Su ogni ecoballa lavorano due squadre che si alternano per completarne il contenimento in una speciale rete a maglia fitta, l’imbragatura e il graduale sollevamento dal fondale, che nel tratto in cui il carico è stato disperso è melmoso. Ci sarà da contrastare anche con l’azione del vento, le correnti del canale e la scarsa visibilità. «Nel canale a quelle profondità la visibilità va dal mezzo metro ai 20 centimetri», sottolinea il comandante dei Comsubin, contrammiraglio Massimiliano Rossi.

Insomma, un’operazione tutt’altro che banale. Al punto che per evitare immersioni a vuoto i palombari del Gos fanno una verifica puntuale dei bersagli utilizzando un side scan sonar e calando sul punto individuato il Rov, ovvero una sorta di sottomarino a comando remoto che è dotato di telecamera per verificare lo stato di conservazione delle ecoballe a 5 anni dalla dispersione sul fondale marino. Quelle che risulteranno degradate o sprofondate nel fango verranno recuperate in seguito con l’ausilio della nave Anteo che permette di operare in immersione con la tecnica della saturazione. —

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