Sicurezza
«Non riusciamo a connetterci con il mondo dei più giovani»
Salve, vorrei contribuire anch’io con un pensiero. Per me “cultura” è soprattutto relazione. Attraverso la relazione condividiamo, impariamo, creiamo, comunichiamo, facciamo appunto cultura. Nei canali attraverso cui la cultura si esprime passano la ragione ed il sentimento di ognuno. È una rete che unisce idee, credenze, valori, invenzioni. Quando si interrompe questo flusso, quando i canali comunicanti seccano e si formano piccole o grandi pozze di acqua stagnanti, allora c’è un problema di relazione. Un problema secondo me rilevante di questo tempo è l’interruzione, che avvertiamo tutti, di un mondo di riferimenti culturali condiviso. A tutti i livelli: politico, economico, generazionale, valoriale. Siamo un po’ spersi nello spazio delle nostre esistenze veloci e frammentate. Pochi, o quasi nessuno, si riconosce nel presente. È come se a un certo punto si fosse interrotto qualcosa. È un fenomeno globale, credo, e non è successo un giorno o un anno preciso, è avvenuto piano piano, con la lenta erosione dei colori del nostro mondo che, appunto, è divenuto vecchio. Viviamo più di ricordi che di contemporanee certezze. A Piombino la cosa è clamorosamente evidente. Ma una comunità non può rimanere ancorata al passato ed è a questo punto che pongo una questione che secondo me rappresenta quello che dicevo all’inizio sui canali interrotti: la relazione con i giovani. Lo dico avendo avuto percezione – negli incontri che come Ass. ne Covergreen abbiamo avuto nelle scuole (medie, superiori, università) – della difficoltà di linguaggio e di riferimenti culturali comuni. Lo dico da membro di una associazione che oggi propone una riflessione su un periodo di grande cambiamento nella società avvenuto negli anni ’60 e ’70 attraverso l’arte e la cultura giovanile. Come intraprendere una riflessione culturale senza porsi in relazione con chi più di tutti rappresenta il presente e va verso il futuro? Se non vogliamo fare solo cultura della memoria (importantissima, beninteso!) dovremmo riagganciare un contatto comunicativo con le nuove generazioni. La prima tentazione sarebbe quella di metterli davanti a noi come a scuola e raccontargli chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo fatto di bello (o di brutto) e sperare che a loro venga voglia di ascoltarci e tramandare ai posteri il nostro messaggio. Il collegamento è difficile, proprio come fra apparecchi analogici e digitali. E mi sembra di poter dire che, a differenza dei giovani contestatori “sessantottini”, i nostri figli oggi non ci contestano niente. Loro hanno la loro musica, il loro linguaggio, la loro estetica; anche noi da giovani li avevamo, ma conoscevamo bene quelli dei nostri “nemici” e ci opponevamo coscientemente. Loro ci ignorano. Mentre loro per noi sono alieni, noi per loro siamo un mondo antico che non può insegnargli granché. Con le dovute eccezioni, ma la regola è questa.
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