Gioco
«Mi rimandarono a storia, ora faccio l’archeologa»
Carolina Megale si racconta e cita un aneddoto risalente ai tempi del liceo «A me piace studiare solo le cose che amo. E rivivere il nostro passato»
PIOMBINO
Non va a caccia di tesori e di pericoli come Indiana Jones, ma dimostra altrettanta caparbietà e lo stesso coraggio del brillante archeologo, interpretato sul grande schermo da Harrison Ford, ogni volta che lavora sul campo, fra creatività e istinto manageriale, abilità comunicativa e un sogno che guarda lontano. Carolina Megale è il direttore dello scavo della villa romana di Poggio del Molino a Populonia, già presidente dell’associazione culturale Past in progress che si sta trasformando nella fondazione Aglaia «come una delle tre Grazie – spiega – I Romani pensavano che per essere un buon cittadino dovevi dare qualcosa alla comunità. Le persone dovrebbero riconoscere nel patrimonio culturale una modo per essere parte di una comunità. E condividerlo, e sostenerlo economicamente».
È un approccio particolare il suo.
«Me ne rendo conto. L’Italia ha così tanto patrimonio culturale che, se non interviene il privato, il patrimonio crolla. Non basterebbero mai i soldi se accollassimo tutto allo Stato, che prima deve pensare alle scuole e agli ospedali. Al netto della tutela e con le normative da poter mettere in campo, quindi ben venga delegare al privato. Come Earthwatch Institute, la fondazione che supporta da anni la nostra ricerca a Poggio del Molino».
Ha scritto anche un manuale, “Fare l’archeologo. Per passione e per mestiere”. Come è nata la sua passione per questo lavoro?
«Al liceo venni rimandata in storia».
Davvero?
«Sì. A me piace studiare solo le cose che amo. Comunque da ragazzina mi sarebbe garbato tanto fare l’astronauta, per andare a scoprire nuovi mondi, il futuro, l’angoscia dell’universo, se siamo una biglia in mano a un gigante. Insomma, quella roba lì. Pensavo però di non essere abbastanza intelligente per fare l’astronauta. E allora invece di andare a scoprire nuovi mondi nello spazio ho scelto di andare a studiare quelli che hanno abitato nel nostro pianeta. Non così indietro fino ai dinosauri. E nemmeno gli Egizi che hanno questa aura di mistero che non sopporto. Volevo una cosa concreta. L’archeologia è concreta. È uno stato mentale perché, attraverso gli oggetti delle persone, rivivi la loro esistenza. E a differenza dell’arte un archeologo studia un oggetto che nasce per essere di uso comune. Mi piace molto perché è super-trasversale. Adoro ad esempio fermarmi a osservare le cabine del telefono e raccontare a mio figlio come funzionavano».
Da amante dello spazio e assetata di conoscenza, dovrebbe piacerle la fantascienza.
«Per nulla. L’archeologia è in qualche modo una scienza e applica un metodo, secondo ipotesi non smontabili».
Parliamo del parco di archeologia condivisa, un progetto che sta andando avanti.
«Un progetto nato dalla sensibilità e dalle arrabbiature che ho quando vedo considerare il patrimonio culturale quasi una questione religiosa. Appartiene a tutti, lo dice la Costituzione. Anche la storia che io faccio lavorare i volontari non è proprio ben vista dal settore, così come rivolgersi al privato per avere fondi. Lotto contro questi preconcetti. Che poi, a pensarci bene, lo Stato in un certo senso ostacola il nostro lavoro. Per capirsi, io scavo in regime di concessione. Quando il patrimonio appartiene alla nazione, non allo Stato».
Come vi sostenete?
«Con i finanziamenti privati. Ho chiesto un finanziamento al Comune. Vediamo se me l’accetteranno. E poi in ogni modo possibile. Per dire, abbiamo installato con il crowdfunding un cannocchiale a pagamento, detto Panoramix, sulla torre di Populonia che fa ogni anno 70mila visitatori. Inoltre Poggio del Molino rientra nell’Art bonus. Non è facile però trovare mecenati. Però io chiedo chiedo chiedo, pur selezionando i soggetti ai quali mi rivolgo».
Cosa state facendo adesso?
«Aspettiamo settembre per gli scavi, e ora vorremmo fare i campi estivi. E implementare i servizi del parco. Siamo comunque a buon punto. Non ci fosse stato il Covid s’era un pezzo avanti».
L’aspetto più bello e quello più brutto del suo lavoro?
«Il più bello è mettere le mie competenze a disposizione delle persone. La parte creativa è divertente ed esaltante. Poi ti scontri con la realtà ed ecco l’aspetto più brutto, la parte manageriale, il dover sempre lottare, fare bandi, cercare finanziamenti».
Il suo sogno?
«Lasciare un’impronta. La trasmissione della memoria è coerente con il mio lavoro e il mio modo di pensare. Lasciare una traccia. Non necessariamente legata a Carolina Megale, ma a Past Experience e a quelle persone che, in maniera caparbia, hanno voluto dedicare il loro tempo e le loro competenze affinché l’archeologia abbia un ruolo vero all’interno della società». —
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