Italia
Da ieri zero casi di coronavirus in città
Tutti guariti e nessun nuovo positivo. Il responsabile dell’Igiene pubblica Barbieri avverte: «Il virus è ancora sottotraccia»
Manolo Morandini / piombino
«Ti vesti in coppia. Indossi le protezioni e l’uno controlla i gesti dell’altro riprendendo con lo smartphone per una seconda verifica». Sono i dettagli a segnare le strade di chi si è trovato catapultato in prima linea. Ti occupi di Igiene pubblica, ma se lo fai nel microcosmo della Val di Cornia non pensi di doverti misurare con la potenza di una pandemia. «Nelle prime settimane della lotta al contagio, come tutti, ci si è mossi artigianalmente», dice il dottor Alessandro Barbieri, responsabile dell’unita funzionale Igiene pubblica e nutrizione delle Valli Etrusche. Che aggiunge: «Il contrasto di questa cosa strana, di cui all’inizio sapevamo pochissimo, è stata la motivazione che ci ha spinto a fare squadra e non mollare mai».
Nel giorno in cui a Piombino è dichiarata guarita l’ultima paziente positiva al covid-19, una donna di 52 anni, tra l’altro asintomatica, e gli ultimi due membri dell’equipaggio della Costa Diadema risultati positivi sono stati trasferiti in un albergo sanitario di Firenze, c’è spazio per raccontare. Mettere da parte la tuta e gli altri dispositivi di protezione. Si può tenere altro passo rispetto a marzo e buona metà di aprile con ritmi di lavoro forzati, dalle 7 alle 22. «Stavi sempre con il povero a me e i sintomi di stanchezza ti facevano pensare al peggio. Ma ti senti parte di un meccanismo, di portare un contributo fattivo alla risoluzione di questo problema».
C’è una fase pionieristica, che ha preceduto l’esperienza sul campo, l’arrivo delle dotazioni necessarie e la messa a regime del sistema territoriale. «Ora si tratta di fare tesoro di quanto è stato sperimentato. La parte ospedaliera si è attrezzata ed è andata avanti, adesso serve farlo con la medicina territoriale perché il dopo covid non sarà più come il prima. Abbiamo lavorato come se fossimo il doppio delle persone. È necessario più personale. I ritmi straordinari si possono sostenere per un breve periodo e in condizioni di emergenza. E a prescindere non si può buttare via l’esperienza fatta».
In Val di Cornia restano due persone positive, a San Vincenzo. «A prescindere dai casi il virus è in mezzo a noi, ma siamo stati bravi a non farlo circolare altrimenti avremmo dovuto fronteggiare ben altra situazione». Prima delle Usca, le unità speciali di continuità assistenziale, a girare la Val di Cornia per i tamponi è stato Barbieri. Ed è stato tra i primi a occuparsi dell’equipaggio della Costa Diadema. «Entri nelle case. Ti imbatti nella sofferenza e nell’attesa di una diagnosi», dice. Gli incontri. Le paure negli sguardi. Alcuni si sono impressi nella sua memoria. «Penso spesso a Marco Mennini, la sua morte umanamente ha colpito tutti. Si può dire che dei sei casi accertati a Piombino la sua sia l’unica da attribuire al covid-19, non aveva ancora compiuto 58 anni, mentre per gli altri si è trattato di un fattore che si è aggiunto all’età avanzata e situazioni di salute critiche». Ci sono stati anche episodi in positivo. «A Pasqua ho comunicato a una persona la guarigione dopo averle ripetuto il tampone. Dall’altra parte dell’apparecchio l’ho sentita piangere e mi ha fatto commuovere».
La soglia zero contagi a Piombino, la realtà più popolosa e complessa della Val di Cornia, è un primo traguardo. La città per essere dichiarata covid-free dovrà rientrare nei criteri dell’Organizzazione mondiale della sanità: è necessario che non si registrino nuovi contagi per 28 giorni per dichiarare conclusa l’epidemia in una determinata area, cioè due cicli di incubazione medi del virus. Ma il dato va preso con le pinze: non tiene conto degli asintomatici, che potrebbero continuare a far diffondere il virus senza saperlo.
«Da qui a un anno c’è da attendersi ancora dei casi ogni tanto – afferma –. Quando arriveremo a ottobre con il cambio di stagione dovremo fare i conti con il rischio legato alle normali malattie respiratorie e la necessità di fare i test. Il coronavirus come sintomatologia è aspecifico». E conclude: «Dobbiamo essere consapevoli che sottotraccia il virus c’è ancora. Le misure di contenimento del rischio di contagio sono fondamentali. Ma capisco le difficoltà dei ragazzi. Sembrano affrontare la cosa con lo spirito di quell’età. È un po’ come quando prendi il motorino e i genitori ti dicono di fare attenzione. “Tanto a me non può succedere”, pensi. E invece loro possono rappresentare un serbatoio per il virus e portarlo nelle case dei genitori e dei loro nonni». —
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