Gioco
«Già prima del Covid erano aumentati i casi di violenza tra le mura di casa»
Eliana Ghini (Centro donna): «Dal 18 maggio sono ripresi i colloqui di persona e ogni giorno qualcuno ci chiede aiuto»
Maria Antonietta Schiavina
/PIOMBINO
La pandemia non ha fermato e in certi casi ha addirittura aumentato la violenza fra le pareti domestiche, soprattutto nei confronti delle donne che, con l’obbligo di restare chiuse fra quattro mura, insieme a un nucleo talvolta già disgregato, si sono sentite ancora più sole e in pericolo. Per questo la Regione Toscana ha deciso di assicurare la continuità del servizio Ascolto e aiuto, anche e soprattutto durante l’emergenza Covid 19. La rete toscana dei centri antiviolenza infatti ha continuato ad appoggiare con ogni mezzo possibile le vittime di violenza di genere e stalking anche nella fase di emergenza sanitaria. I centri antiviolenza sono sempre stati contattabili ai numeri presenti sul sito ww.regione.toscana.it. Inoltre la Regione ha rilanciato la campagna per la diffusione del numero antiviolenza, il 1522, e la rete del Codice rosa è rimasta in piena funzione pur se, nel rispetto delle disposizioni del Governo per limitare la diffusione del Covid, molti sportelli sono rimasti chiusi, attrezzandosi però per garantire la continuità del servizio.
Anche il Centro donna antiviolenza di Piombino non si è mai fermato. Servizio della società della salute, gestito dalla cooperativa sociale Arcobaleno e aperto nel 1998, dal 2018 il centro si avvale di altri sportelli di ascolto a Cecina e all’Elba. Le donne che vogliono uscire dalla violenza familiare vi si possono rivolgere per essere ascoltate, per avere consulenze psicologiche e legali a titolo gratuito e venire orientate verso i servizi territoriali in rete, al fine di non sentirsi sole nell’affrontare il percorso di uscita dal disagio a cui sono costrette, riprendendosi la vita nelle loro mani.
Anna, Sophia, Amina, Barbara, Giovanna... Sono tutti nomi di donne che hanno vissuto nel terrore fino a quando, trovando la forza di chiedere aiuto, si sono ribellate ai loro aguzzini. Ma le tante altre che ancora non hanno avuto il coraggio di uscire dall’incubo, specialmente in questo periodo di emergenza, in cui già una situazione già di per sé difficile (mancanza di spazi, famiglie numerose, attriti e incomprensioni già esistenti, problemi economici) le ha costrette a subire un marito, un compagno, un fratello, un figlio violento, come sono riuscite a non soccombere?
«Un importante lavoro sul fronte della prevenzione lo abbiamo svolto prima che la pandemia sconvolgesse tutte le abitudini, nelle scuole, in collaborazione con l’ufficio di educazione alla salute della Asl. E questo ha dato buoni risultati», afferma Eliana Ghini, psicopedagoga e punto di riferimento del Centro donna antiviolenza di Piombino (via Lerario 92-94 Tel. 056549419 mail: centroantiviolenza@tiscali. it) che aggiunge: «Crediamo infatti che oltre alla “cura” si debba educare alla promozione dei sani stili di vita, per avviare il processo di cambiamento culturale sui giudizi, pregiudizi e stereotipi».
Nel periodo di quarantena e allontanamento sociale il Centro donna di Piombino come ha risposto alle richieste di aiuto?
«Da voce amica-professionale per chi aveva già intrapreso un percorso di “uscita”, e aveva la semplice ma fondamentale necessità di non sentirsi solo e abbandonato. Ma per fortuna nel nostro territorio non ci sono stati casi gravi, come è avvenuto in altri luoghi. Tant’è che il coordinamento regionale Cav, prevedendo l’inasprirsi della violenza domestica dovuto alla convivenza forzata, ma anche la difficoltà a chiedere aiuto, ha dato disposizioni sulle attività dei centri, affinché non venissero sospese ma adeguatamente erogate, garantendo la reperibilità telefonica e/o con posta elettronica. I media e i social hanno pubblicizzato i vari numeri utili e cercato di favorire le donne in difficoltà anche attraverso strategie come la mascherina 1522, da richiedere in farmacia. La delicatezza del problema e la necessità di sentirsi e “vedersi” ascoltate da parte di altre donne, in un colloquio in presenza, ha poi fatto sì che la resilienza abbia portato chi stava vivendo un periodo difficile ad attendere il momento giusto per esprimersi. E dal 18 maggio infatti il nostro centro ha ricevuto ogni giorno, rispettando rigorosamente tutte le misure di sicurezza, una persona che aveva bisogno di aiuto».
Quanti sono stati i casi a rischio in questi tempi obbligatoriamente chiusi?
«La media annua di chi si rivolge a noi è di 50 donne e già nei primi due mesi dell’anno 2020 ne erano venute 20 (in netto aumento rispetto agli altri anni, grazie anche alla conoscenza del servizio, alla sua accreditata esperienza e alla consapevolezza della violenza subita). Nel periodo Coronavirus invece ci sono stati solo 3 casi e non ad alto rischio, perciò la situazione è rimasta nonostante tutto sotto controllo».
Quali sono i comuni del territorio con più problemi di convivenza dichiarati al centro?
«Piombino, Cecina e Portoferraio, dove si trovano fisicamente i locali di accoglienza. A dimostrazione che se il territorio è vicino (logisticamente ed emotivamente parlando) e offre la possibilità di uscire allo scoperto, chi ha problemi recepisce l’offerta senza timore».
Qual è il vostro protocollo di intervento per i casi a rischio?
«Un protocollo che si basa sulla collaborazione con la rete, i servizi sociali, le forze dell’ordine e l’associazionismo. Solo in questo modo si può intervenire concretamente su un problema altrimenti irrisolvibile».
Il futuro non è roseo per chi vive ogni giorno una battaglia nel luogo che invece dovrebbe proteggerlo. Aumenteranno i casi di richieste di aiuto secondo lei?
«La violenza non è mai giustificata. Ma senz’altro i disagi lavorativi ed economici aggraveranno certe situazioni complicate già in essere. Sta alla consapevolezza delle donne riuscire a chiedere aiuto. Noi ci siamo, oggi più che mai, per ascoltarle, consigliarle e dare loro tutto l’appoggio possibile». —
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