Gioco
«Seguite le regole d’igiene» L’appello dopo la guarigione
Marta Giovannoni è stata ricoverata per 19 giorni e altri 30 in quarantena «Non ho idea di come possa essere accaduto, ma non do colpa a nessuno»
Manolo Morandini /S. VINCENZO
«È come un fulmine a ciel sereno, il coronavirus». Lo dice a ragion veduta Marta Giovannoni, 63 anni. Arrivata al traguardo della guarigione si racconta perché quanto le è accaduto serva da monito, specie nella Fase 2 delle misure di contenimento della pandemia. Il suo percorso «lungo e impegnativo», così lo cataloga, ha una data e un’ora d’inizio: 16 marzo, ore 23. Dopo alcuni giorni di febbre, con i sintomi tipici di un’influenza la situazione precipita. «Perdo i sensi – dice –. Vengo portata al pronto soccorso di Piombino e da lì, fatto il tampone che è risultato positivo, trasferita all’ospedale di Livorno, dove ci sono rimasta fino al 3 aprile».
Diciannove giorni in ospedale. Altri trenta isolata, in due stanze, aspettando l’esito del doppio tampone che ha confermato la sua guarigione. Al traguardo c’è l’abbraccio, quello vero, fisico, con il marito Alessandro Paolicchi. «Il contatto con i familiari, non potersi vedere di persona, insomma l’aspetto emotivo è il più difficile da gestire – afferma –. La paura, invece, l’ho arginata seguendo alla lettera le indicazioni dei medici. I pensieri li ho indirizzati sulle cose migliori della mia vita. Ma quando ti mettono la maschera per respirare fa effetto. Sembra di finire sott’acqua».
È un virus subdolo il covid, che entra nei polmoni e toglie il respiro. Fortunatamente Marta non ha dovuto attraversare la soglia della terapia intensiva. «Ci sono andata vicina – dice –. Il brutto di questa malattia è che ti isola dai tuoi affetti. Anche se nel reparto di ospedale ti senti come parte di un gruppo. Persone sfortunate che fanno squadra. E ciò aiuta a far venire fuori la parte più forte, a reagire. Ad essere positiva. La mia compagna di stanza era molto più agitata di me. Ci siamo aiutate e continuiamo a sentirci. Siamo state insieme per 19 giorni, in cui fai le stesse cose e provi le stesse emozioni, ti avvicini per forza. Anche lei ora è a casa. Ci siamo promesse che appena sarà possibile ci vedremo di persona». Al netto delle cure resta l’aspetto umano. «Tante le persone che mi sono state vicine e mi hanno confortata, a partire dalla mia famiglia, gli amici, i colleghi di lavoro e il personale medico e sanitario». L’elenco dei grazie è lungo e lo ha fatto nel messaggio affidato ai social in cui ha annunciato la guarigione.
Dal 2 maggio Marta sta riconquistando la sua quotidianità. E il piacere della luce dopo un viaggio nel buio di cinquanta giorni, tra sofferenza e paure. «Mi dicevo che a me non sarebbe mai capitato – racconta –. Invece, mi sono ammalata. E ancora oggi non ho idea di come possa essere accaduto. Ma sia chiaro, non do la colpa a nessuno». Delle persone con cui ha avuto contatti, finite in quarantena, nessuna ha sviluppato i sintomi del covid-19. Un motivo in più per tirare un sospiro di sollievo. E sottolineare che «non si può prendere sottogamba questo virus, si deve stare attenti alle regole. Mascherina, lavarsi le mani, rispettare le distanze. Non sono un medico ma seguire e avere fiducia nelle indicazioni che mi sono state date mi è servito a guarire. Forse non sarà stato il mio momento di lasciare questo mondo, ma quelle regole che per un po’ ci impongono di modificare la nostra quotidianità sono fondamentali». —
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