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Vivere all’estero al tempo del Covid Quattro sanvincenzine si raccontano
I primi giorni trascorsi tra lo scetticismo della gente ma anche la diffidenza verso gli italiani, poi la presa di coscienza C’è chi è salita su un aereo ed è tornata a casa dalla propria famiglia e chi, anche per motivi di lavoro, è rimasta
le testimonianze
irene di brino
«Finalmente sono al sicuro», questo ha pensato Irene Maggeschi scendendo dall’aereo che il 18 marzo da Parigi l’ha portata in Italia. Irene è una dei tanti giovani di San Vincenzo che si trovavano all’estero, lontani dalle proprie famiglie, quando il Covid-19 è stato dichiarato pandemia globale. La specializzanda in pedagogia clinica all’Università di Firenze stava completando l’Erasmus all’Université Paris8.
«Vivevo in una residenza privata – racconta – dove bagni, spazi studio e cucina erano in comune con tantissimi altri studenti. Per questo la situazione che si delineava iniziava a farmi paura».
Mentre in Italia si pensava di estendere la zona rossa a tutto il Paese infatti, in Francia il clima era molto diverso.
«Noi italiani a Parigi abbiamo iniziato una sorta di auto-isolamento. Uscivamo solo per andare a lezione e mangiavamo a orari improponibili, per avere meno contatti possibili. I francesi invece si comportavano normalmente, come se fossero certi che da loro non si sarebbe mai potuto verificare ciò che succedeva da noi. L’unico cambiamento erano gli sguardi diffidenti quando qualcuno scopriva che ero italiana».
La frequenza alle lezioni era ancora obbligatoria e Irene doveva prendere ogni giorno la metro 13, una delle più affollate di Parigi. «Sembra assurdo da dire ma ogni sera che andavo a dormire senza sintomi era per me una “vittoria”. Vedere quanto in Francia mancasse consapevolezza, mi spaventava. Quando il Governo ha deciso di procedere con le elezioni municipali nonostante l’imminente inizio del lockdown, ho deciso di tornare a casa».
Dopo alcune difficoltà, controllando gli aggiornamenti sui canali ufficiali del Consolato generale d’Italia, Irene è riuscita a prendere un aereo che l’ha finalmente riportata a Fiumicino. «Ho seguito tutte le regole di rimpatrio e mantenuto l’isolamento fiduciario nei quindici giorni successivi. Sola, ma con la tranquillità di avere la mia famiglia a una porta di distanza da me».
C’è chi, per motivi lavorativi, ha deciso di non lasciare il proprio Paese ospitante. Come Camilla Bizzi, danzatrice professionista della compagnia del teatro Landesbühnen Sachsen a Dresda, Germania. «L’ultimo spettacolo è stato i primi di marzo ma abbiamo continuato a provare fino a poco prima del lockdown – spiega – e credo che i miei datori di lavoro vogliano ricominciare appena possibile».
Dal racconto dell’artista infatti è evidente l’insofferenza tedesca nel doversi fermare anche solo per poche settimane. «I miei colleghi in Italia pensano che potranno ricominciare a lavorare solo da dicembre mentre qui ci chiedono di essere pronti a ripartire in ogni momento. Quest’impazienza la noto ovunque in Sassonia. Se nelle prime settimane l’isolamento era totale e i controlli severi, a Pasqua ho iniziato a vedere più persone in giro, lungo il fiume e sui mezzi pubblici. Le misure di sicurezza vengono rispettate ma il sentimento generale è di voler tornare presto alla normalità».
Resta il dubbio sulla velocità con cui la Germania sembra voler superare la pandemia. «Mi manca avere certezze – spiega Camilla – riceviamo continui aggiornamenti dai nostri datori di lavoro ma ogni settimana siamo con il fiato sospeso rispetto al futuro. Se la stagione teatrale venisse annullata, tornerei in Italia il prima possibile ma sembra improbabile. È da capire quali siano le misure di sicurezza per un mestiere come il nostro perché il contatto fisico è fondamentale nelle coreografie. Io e i miei colleghi siamo in attesa di rassicurazioni perché la salute, nostra e del pubblico, resta sempre la cosa più importante».
Anche Giulia Del Ghianda, ingegnere per la McLaren Automotive e abitante a Woking, in Inghilterra, racconta della sua situazione lavorativa: «L’azienda ha chiuso al personale dal 12 marzo e sia io che il mio compagno Andrea abbiamo continuato a lavorare in smart working. L’organizzazione non è stata difficile perché qui il lavoro a distanza è pratica comune anche in situazioni di normalità, per visite o problemi familiari».
Dal 6 aprile però, la situazione è mutata. «Lavorano a pieno regime soltanto gli ingegneri che si occupano di auto in uscita a breve, come il mio compagno, mentre chi come me era ancora nella fase iniziale di un progetto è stato messo in una sorta di cassa integrazione emergenziale all’80% dello stipendio, in base al Coronavirus Job Retention Scheme».
Anche negli inglesi, Giulia ha riscontrato differenze nell’affrontare la pandemia rispetto ai racconti dall’Italia: «Nonostante le campagne pubblicitarie, vedo tante persone camminare per strada senza mantenere la distanza di sicurezza o andare al supermercato senza mascherina o guanti. Ho visto adulti salutarsi dandosi la mano e bambini che accompagnano i genitori a fare la spesa senza problemi. Uno sviluppo inaspettato, dato che all’inizio della pandemia alcuni colleghi si alzavano dai tavolini della mensa se noi italiani eravamo troppo vicini».
Al contrario, chi vive l’emergenza a Valencia ha trovato negli spagnoli molta empatia. Questo racconta Ilaria Corzani, in Spagna come ragazza alla pari, dopo aver finito gli studi per lavorare in ludoteche o attività extra-scolastiche: «Abito con la famiglia per cui lavoro e ho sempre sentito molto il calore delle persone che ho intorno. Spesso mi chiedono come vadano le cose a casa o come stia la mia famiglia. Anche il rapporto tra vicini è diventato più stretto. Ad esempio, collaboriamo per confezionare mascherine fatte in casa per non dover comprare quelle industriali a prezzi altissimi».
Ogni sera alle 20 l’appuntamento è sui terrazzi, per dedicare un applauso a medici, infermieri e personale sanitario, in prima linea contro la pandemia: «Continuiamo le serate con la musica, cercando di tirarci su il morale a vicenda nonostante le difficoltà. In questo la Spagna mi ricorda molto l’Italia e ora che sono lontana da casa mi fa sentire più vicina alle persone che amo».
Alcune differenze gestionali però, saltano all’occhio: «La certificazione qui serve solo per chi deve lavorare, tutto il resto è lasciato al buonsenso dei cittadini. Forse all’inizio il problema è stato preso troppo alla leggera. I festeggiamenti de Las Fallas, celebrazione tipica di Valencia, sono andati avanti per una settimana prima di essere fermati. Ma ora sembra che i cittadini abbiano compreso l’importanza delle misure di sicurezza. A livello di aiuti economici invece, viviamo ancora nel dubbio di come e quando saranno erogati». —
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