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Coppia bloccata in Kenya «La vacanza ora è un incubo»
Partiti nel novembre scorso da Venturina non riescono più a rientrare «Le nostre autorità ci hanno dimenticati, e qui ci sono molti italiani»
campiglia
Andare in vacanza con una data ben precisa di rientro e poi ritrovarsi a non poter tornare a casa. È questo l’incubo che dal 15 marzo sta attraversando la vita di Sandra Franzoso e Fabrizio Puccini (casalinga lei, geometra in pensione lui). Partiti a novembre scorso da Venturina per il Kenya, insieme a molti altri italiani, senza il minimo sospetto che quel viaggio si sarebbe poi trasformato in un’attesa costosa ed esasperante, oggi la coppia chiede di poter tornare a casa, ma i continui spostamenti dei voli fanno sì che il loro desiderio non venga ancora esaudito. «Quando abbiamo preso l’aereo per andare a Malindi – spiega Sandra, volontaria della Croce Rossa – il sospetto del Covid neanche esisteva e il nostro biglietto di rientro prevedeva la data del 15 marzo. Biglietto peraltro confermato e pagato».
Invece? «Invece il 15 marzo è stato tutto uno spostare il volo. Fino all’ultima data che ci è stata comunicata in questi giorni: per ora, se non ci saranno altri cambi, fissata per il 21 maggio».
Ci sono molti toscani nelle vostre stesse condizioni?
«Due persone che vivono a Massa. Ci è stato detto che ci sarebbe anche un piombinese, ma non siamo in grado di avere conferma della notizia, anche perché il territorio è molto vasto e non è facile raccogliere informazioni. Quello di cui siamo invece certi è che oltre 500 italiani sono costretti in Kenya, fra cui alcuni anziani che iniziano a preoccuparsi per la mancanza di medicinali indispensabili, alcuni addirittura salvavita, di cui non hanno più scorta e che dovrebbero fare arrivare dall’Italia con un prezzo di trasporto allucinante».
Da dove deriva questo blocco dei voli?
«Il problema, che si può verificare sul sito www. malindi. net, sembrerebbe uno scherzo, ma è purtroppo una triste realtà. Il nostro ministero degli Esteri dal 15 marzo fino a ora è riuscito a organizzare un solo volo di rientro, con un unico scalo a Milano, in piena zona rossa, e tutte le difficoltà conseguenti per chi non risiede in Lombardia: riuscire a trovare un mezzo, i viaggi in treno sono stati vietati da uno dei tanti decreti, che portasse almeno nella regione di appartenenza».
Tutto è nato per evitare la propagazione del virus.
«Certo! Il presidente Kenyatta, giustamente, a differenza dei nostri governanti, al primo accenno di coronavirus ha chiuso i suoi aeroporti sia in entrata che in uscita. Lo ha fatto per proteggere il suo popolo che vive in condizioni non certo prive di rischi e non possiamo biasimarlo. Ma questa “chiusura” si è trasformata in un grande disagio per chi dal Kenya avrebbe voluto andarsene per tornare in Italia».
L’aereo partito quanti passeggeri trasportava?
«Centosettanta, per rispettare le distanze. E tutti gli altri sono rimasti a terra, in attesa di un volo che facesse scalo a Roma e Milano».
Attesa inutile?
«Purtroppo sì. Fino a ora nessun aereo è mai arrivato a prelevarci, nonostante la nostra Ambasciata ogni tanto ci scrivesse o ci dicesse: “Stiamo pensando, stiamo organizzando”. Da allora è passato un mese e gli unici voli in partenza sono quelli “organizzati” da altri Paesi per riportare a casa i propri cittadini, con prezzi che variano dai 1.200 a 1.400 euro a persona, ma che valgono solo fino alla città europea di arrivo: Amsterdam e Francoforte. Da lì poi, bisognerebbe riuscire a trovare un altro volo per l’Italia, mettendo in conto che se questo parte dopo sette ore, bisogna sottoporsi alla quarantena, a proprie spese e in un hotel scelto dalle compagnie».
Che cosa chiedete a questo punto per risolvere il vostro problema?
«Ci domandiamo, come altri nelle nostre condizioni, se è così difficile chiedere all’Alitalia, compagnia che noi italiani aiutiamo di continuo salvandola dai fallimenti, di organizzare un volo speciale, Kenyatta chiede 72 ore di preavviso per attrezzare l’aereoporto allo scalo, da Mombasa, con scalo Roma o Milano, dando la possibilità a tutti di raggiungere le proprie abitazioni, a un prezzo non da strozzinaggio, come quelli dei voli proposti da altre nazioni».
Dove e come vivete in attesa che arrivino buone notizie?
«Mio marito e io alloggiamo a nostre spese in un resort che fortunatamente è ancora aperto. E tutti quelli che, come noi, avrebbero dovuto rientrare entro metà marzo, oggi si trovano a sostenere costi non preventivati. So che qualcuno dirà: se avete voluto passare l’inverno al caldo di cosa vi lamentate? Arrangiatevi! » .
Cosa che in ogni caso state facendo.
«Sì. Ma vorremmo capire cosa sta facendo il nostro ministro degli Esteri, oltre a vantarsi di essere riuscito ad avere aiuti sanitari dall’estero, per i suoi italiani in difficoltà che chiedono di poter tornare al più presto nella loro terra? ». –
maria antonietta schiavina
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