Toscana
«Il nuovo piano del Parco lo decida il consiglio direttivo»
Legambiente critica l’accelerazione della discussione tra l’ente e i Comuni «Non stravolgiamo i confini e sull’area marina protetta ripartiamo da Matteoli»
PORTOFERRAIO
Qualche giorno fa, l’ente Parco nazionale dell’Arcipelago toscano ha annunciato che «a poco più di dieci anni dalla sua approvazione, pur tenendo conto della variante del 2017 relativa alla zonazione a mare dell’isola di Capraia, è partito l’iter finalizzato alla revisione del piano del Parco che andrà a rivedere la zonazione dell’area protetta e ad aggiornare le norme tecniche di attuazione, nonché a predisporre il regolamento del Parco, strumento definito per disciplinare l’esercizio delle attività consentite entro il territorio sottoposto a tutela». E ancora: «La decisione di avviare il processo di aggiornamento degli strumenti di pianificazione e di regolamentazione è scaturita a seguito di un confronto che i vertici dell’ente Parco hanno avuto con la Comunità del Parco e con i sindaci dei Comuni coinvolti».
Pur essendo comprensibili le istanze di revisione del piano a 10 anni dalla sua attuale stesura è evidente, che tale iter «non potrà essere avviato senza la partecipazione del consiglio direttivo che deve approvare con un voto il piano e il regolamento – spiegano da Legambiente Arcipelago toscano – La redazione e l’approvazione del regolamento e del piano, e quindi anche la sua revisione, spettano al direttivo del Parco, nel quale la Comunità è ben rappresentata da quattro consiglieri di sua nomina, ma che comprende anche altri 4 consiglieri di nomina governativa, uno dei quali su indicazione delle associazioni ambientaliste. Invitiamo quindi a non procedere impropriamente con un accordo tra Comuni ed ente Parco che faccia trovare il nuovo direttivo – per la cui composizione definitiva, vista la crisi in corso e la lentezza storica con la quale il ministero procede alle nomine, non si prevedono tempi brevi – di fronte a situazioni precostituite».
Legambiente è preoccupata in particolare per il fatto che le amministrazioni comunali elbane abbiano «già in passato cercato di forzare questa procedura – prontamente fermate dal ministero dell’ambiente – proponendo con 8 singole delibere modifiche alla perimetrazione del Parco nazionale che in realtà puntavano a vanificarne ogni tipo di protezione del territorio: quelle delibere, messe tutte insieme, avrebbero portato a un Parco ridotto a meno del 30% del territorio elbano. E non ci rasserena di certo il fatto che tra gli amministratori che proposero quel taglio draconiano ci fossero sindaci, assessori e consiglieri che ancora oggi siedono nei consigli comunali, magari dopo aver cambiato compagine, ruolo e casacca».
Il Cigno Verde invita quindi il presidente Giampiero Sammuri a raccogliere naturalmente suggerimenti e informazioni ma a «non discutere preventivamente e ufficialmente della stesura del piano e del regolamento con la Comunità del Parco fino a quando non sarà nominato completamente il direttivo del Parco.
Inoltre, come Legambiente sottolinea da anni, una revisione e adeguamento del perimetro del Parco Nazionale per renderlo più “leggibile” è senz’altro necessario, ma «nessuno pensi di poter stravolgere vincoli ed estensione dell’area protetta, in particolare dove esistono le Zone di protezione speciale (Zps) e Zone speciali di conservazione (Zsc) di Monte Capanne-Promontorio ell’Enfola ed Elba Orientale e dove ogni forma di riduzione dei vincoli o di territorio richiede l’avvio di una procedura che coinvolga anche Regione ed Ue, in mancanza della quale il rischio di una paralizzante procedura di infrazione è più che concreto».
Il presidente Sammuri ha sottolineato che il piano del Parco «va aggiornato soprattutto per rivedere la zonazione a mare delle isole minori che ancora oggi sono gestite con le sole norme di salvaguardia. Come per Capraia due anni fa, le estensioni a mare di Giannutri, Pianosa, Gorgona e Montecristo avranno una nuova zonazione». Legambiente lo chiede da anni. «Ma questo dovrà – aggiungono gli ambientalisti – anche comprendere il riavvio dell’iter per sanare un vero e proprio scandalo internazionale che dura dal 1982: quello della mancata istituzione dell’area marina protetta dell’Arcipelago toscano che comprenda anche il mare dell’Elba e del Giglio. Legambiente propone di ripartire dalla proposta di area marina protetta avanzata al tempo dell’allora ministro dell’ambiente Altero Matteoli, indicazioni certo discutibili ed emendabili, ma che avevano il pregio di mettere su una cartografia una proposta attuabile e percorribile che teneva conto delle diverse esigenze, a partire dalla valorizzazione della piccola pesca costiera e del diporto sostenibile».
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