Il Tirreno

Max, la distrofia non ferma il guerriero «Anche i disabili hanno diritto al sesso»

m.a. schiavina
Max, la distrofia non ferma il guerriero «Anche i disabili hanno diritto al sesso»

Dall’infanzia a Piombino fino a una nuova vita a Bologna con il suo amore Enza e (presto) con la figlia Sophie Ha partecipato da candidato alle elezioni regionali con Bonaccini per portare avanti la sua battaglia per i diritti di tutti

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l’intervista

m.a. schiavina

La distrofia muscolare lo accompagna dalla nascita, ma non gli ha impedito di condurre una vita piena di amici, di lavoro, di amore e di sesso, a cui hanno diritto tutti, anche i disabili che, dai cosiddetti “abili”, «sono considerati invece degli asessuati». Max Ulivieri, classe 1970, piombinese di nascita e bolognese di adozione, per il diritto al sesso di chi ha un handicap, combatte da sempre e lo ha fatto anche nella battaglia elettorale che ha portato avanti da candidato, alle recenti elezioni regionali con “Emilia-Romagna Coraggiosa", a sostegno del presidente Stefano Bonaccini.

Lei è considerato il paladino dei disabili, lavora nel turismo accessibile a persone con handicap e si occupa inoltre di tematiche legate all'affettività e la sessualità di chi, secondo una certa società ipocrita, non dovrebbe essere libero di goderne. Per questo, per sfatare un assurdo tabù, ha accettato di entrare in politica?

«Sì, però sfatare un tabù non dipende solo dalla mia presenza, ma dal fatto che io sono la voce di centinaia di persone con disabilità e dei loro familiari. Persone che ho incontrato e mi hanno chiesto aiuto».

Che voto dà ai politici su questi temi?

«Li rimanderei senz’altro a settembre».

Ha scritto nel suo blog: “Non sono un guru e non voglio esserlo”. Ma se dovesse spiegare a chi non sa nulla di lei chi è Max Ulivieri quali parole userebbe?

«Preferisco che a definirmi sia chi mi conosce, ma se proprio dovessi farlo userei un aggettivo: curioso. La curiosità è la spinta della mia vita».

Ha scritto anche: “Ho sperimentato cosa vuol dire essere discriminati, visti come asessuati, non piacenti, privi di desideri e inutili per la comunità”. Tutto questo lo ha provato anche da piccolo quando viveva a Piombino o stare in una piccola realtà, in un certo senso l'ha protetta?

« A dire il vero le discriminazioni le ho sentite soprattutto da piccolo e fino ai trent'anni, proprio dove sono nato. Un territorio ristretto non sempre aiuta. Anzi, spesso in provincia si è più chiusi. E, usando un paradosso, direi che i miei ex concittadini mi hanno capito molto di più dopo il mio allontanamento. Forse perché, mentre nel vedermi sempre, erano influenzati dalla disabilità, a distanza si sono concentrati più sui contenuti dei miei pensieri, espressi, letti o ascoltati in interviste e convegni».

Qual è la prima immagine che le ritorna in mente del Max bambino?

«La bici con le ruote piccole laterali, con cui pedalavo con una gamba sola. L’unico mezzo che mi permetteva di muovermi autonomamente».

E del Max che incominciava a scoprire la sessualità?

«Si può scrivere sul giornale? Le volte che eiaculavo nel sacchetto della brioche, quando mia madre mi portava la colazione a letto, prima di andare a lavorare, e poi tornava dopo un’ora a vestirmi. Uno dei pochi escamotage e unici momenti per poter vivere una parvenza di privacy erotica».

Quanto la sua famiglia l'ha aiutata a superare certe barriere? E chi più di tutti?

«Mamma è la persona che mi ha protetto. E in ogni caso, se la famiglia è fondamentale per abbattere le barriere, sono importanti anche gli amici».

Quando e perché ha deciso di andarsene a Bologna?

«Nel 2010, dopo due anni di matrimonio. Enza e io volevamo una città che offrisse più possibilità di lavoro e di conoscenze. Un luogo che rendesse facili gli spostamenti, aperto alle diversità, e non intendo solo ai disabili. Bologna è così».

Quali sono stati i momenti peggiori che ha vissuto ?

«Molti sono legati a questioni familiari che esulano dalla mia disabilità e quindi preferisco non parlarne. Un brutto momento è stato anche quello di un incidente in auto con la mia ex ragazza. E poi tutti quelli che mi hanno fatto sentire non degno di essere trattato da essere umano».

E quali invece i migliori?

«Per fortuna i migliori sono stati e sono molti. Intanto tutti quelli che mi hanno fatto sentire una persona come le altre. Poi i momenti in cui sono stato amato. Quelli con la donna che ha voluto essere mia moglie. I momenti in cui la gente ha saputo guardarmi negli occhi e quelli in cui, quando vado a parlare nei convegni, sento il calore della gente. Ma i più belli sono i momenti in cui gioco a Fifa con mio nipote Lenny e, di recente, un momento meraviglioso è stato la prima volta che ho visto Sophie ( la bambina che Enza e io stiamo aspettando) in un monitor dalla ginecologa».

Ha dimostrato, con l'amore e il matrimonio, che si possono superare anche barriere altissime. Ma prima di incontrare Enza come viveva il desiderio d'amore?

«Ho avuto diverse relazioni, però, fino ai 30 anni, c'è stato il buio. Amore praticamente zero e sesso solo con una escort».

Nel suo blog “Life & Love Coaching” aiuta chi ha i problemi che ha avuto e ha lei, ma meno forza per superarli. Come le è venuta l'idea e quali sono i risultati?

«In realtà provo ad aiutare tutti coloro che ne sentono il bisogno, a prescindere dalla disabilità. L’idea mi è venuta durante i convegni, perché spesso, parlando, mi sono reso conto che sono i normodotati ad avere bisogno di noi disabili e non viceversa».

Ancora nel blog scrive che la vita è una lunga strada intervallata da gallerie più o meno lunghe. In questo momento che galleria sta attraversando?

«Sono decisamente fuori dalle gallerie e mi godo la luce del sole».

Verso la fine di aprile la sua famiglia si allargherà con l'arrivo di Sophie. Come spiegherà a sua figlia la disabilità?

«Non ci sarà bisogno di parlare. La vivrà con me e capirà più così che con mille parole».

Cosa si sente di dire a chi tratta la disabilità in modo pietistico, magari per pulirsi la coscienza?

«Che i disabili devono essere trattati come tali, ricordandosi che non sono marziani e che i pensieri li rendono diversi, non i corpi». —



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