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Barilla acquisisce Italian Food (Petti), manca solo l'ok dell'Antitrust

Manolo Morandini
Barilla acquisisce Italian Food (Petti), manca solo l'ok dell'Antitrust

Venturina: alla guida della fabbrica resterà Pasquale Petti che ha scommesso sul pomodoro 100% toscano

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VENTURINA. È più di un corteggiamento. Ma non è ancora un matrimonio. Manca il benestare dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) all’operazione di acquisizione da parte del Gruppo Barilla di Italian Food Spa. Il parere dell’Authority sulla fattibilità è atteso il 22 gennaio. Ed è un passaggio imprescindibile all’ingresso nel mondo del pomodoro toscano del colosso alimentare di Parma. Tutto ruota sullo stabilimento di Venturina Terme, ma la partita avrà a cascata importanti riflessi sull’intera filiera regionale.

In scia ai rumors registrati dal sito Milanofinanza. it a dicembre, da fonti finanziarie e industriali, l’ufficialità è arrivata con la comunicazione all’Agcm della possibile acquisizione. Adesso si tratta di verificare da parte dell’Authority che la nuova impresa non abbia un eccessivo potere di mercato. Infatti, se ritiene che esistano rischi per la competizione può vietarla o imporre misure che mitighino gli effetti anticoncorrenziali. Intanto prosegue la trattativa tra Barilla e la proprietà di Italian Food che fa capo al Gruppo Petti, che ha un fatturato consolidato nell’ordine dei 250 milioni di euro, alla Antonio Petti fu Pasquale Spa (Apfp) con sede a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, guidata da Antonio Petti mentre al vertice dell’azienda di Venturina Terme c’è il figlio Pasquale. L’obiettivo, ottenuto il benestare, è di chiudere entro febbraio. A confermalo è Pasquale Petti che sentito dal Tirreno sottolinea che «l’acquisizione prevede una partecipazione di controllo, di sicuro sopra il 65% del capitale sociale, ma il quanto resta ancora da definire».

Numeri da prima della classe quelli di Italian Food. Il gruppo campano ha rilevato lo stabilimento nel 1973 da Arrigoni e gradualmente dal confezionamento del pomodoro in semilavorato in fusti ha realizzato un cambio di pelle, sviluppando un importante capacità produttiva in grado di soddisfare direttamente i clienti italiani e internazionali con prodotto finito. Tanto che si è trasformato da azienda satellite del Gruppo a una nuova realtà imprenditoriale. L’anno di svolta è il 2006. Alle redini arriva Pasquale Petti che ne consolida la posizione come produttore per marchi terzi (private label). Produce solo da pomodoro toscano, per il 55% per private label internazionali e nel 2013 lancia la linea “Petti – Il pomodoro al centro”, garantendo trasparenza sulla filiera. I pomodori provengono solo da coltivazioni toscane. Nell’ultimo anno sulle linee ne sono stati lavorati 100mila tonnellate. Il marchio si è fatto spazio. In base ai dati Nielsen detiene il 5% del mercato, dietro ai colossi Mutti e Cirio. E dalla sua ha un valore che lo rende speciale. «È l’unico pomodoro italiano legato a un territorio di prestigio come la Toscana, quello che in gergo viene definito un marchio premium», spiega Petti.

La scelta di puntare tutto sulla qualità e il made in Tuscany. Sta qui l’interesse per il marchio da parte del colosso alimentare di Parma, che un’operazione analoga l’ha portata a buon fine una decina di anni fa nel campo della pasta acquisendo il controllo di Voiello. Barilla sembra crederci. E del resto dalla sua Petti ha la forza dei numeri. Italian Food, 100 dipendenti fissi e 200 stagionali, ha chiuso il 2016 con 45 milioni di ricavi e lo scorso anno ha sfiorato quota 61 milioni di euro. È in continua progressione negli ultimi 7 anni, e di questi più di un terzo viene dal marchio “Petti-Il pomodoro al centro”. Tant’è che Pasquale Petti rimarrà della partita. Non solo come socio di minoranza, ma nell’attuale veste di amministratore delegato e direttore generale.

«Ho accettato l’acquisizione perché Barilla è un gruppo italiano, conosco la famiglia e come lo gestisce – afferma Petti –. L’obiettivo dell’operazione è di sostenere la crescita all’estero dei prodotti a marchio Petti per cui servono non solo ingenti risorse finanziarie ma anche l’esperienza e le sinergie logistiche che sono proprie del Gruppo Barilla». Da Parma si è scelto di seguire la linea della riservatezza. Quel che è certo l’attuale stabilimento ha un margine di produttività inutilizzata nell’ordine del 30% che potrebbe garantire un orizzonte di 5 anni. Nel frattempo, potrebbe essere la volta buona per il trasferimento dell’impianto da via Cerrini a Campo alla Croce, investimento che nel 2012 veniva quotato nell’ordine dei 60 milioni di euro promettendo di moltiplicare per cinque gli addetti attuali. —
 

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