Il Tirreno

Immigrati nei campi per 2 euro l’ora «Così quell’imprenditore ci sfruttava»

Federico Lazzotti
Immigrati nei campi per 2 euro l’ora «Così quell’imprenditore ci sfruttava»

Prima condanna per caporalato nei confronti del titolare di un’azienda agricola: decisive le testimonianze dei braccianti  

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Racconta Youssuf, 21 anni, arrivato in Italia dal Benin due anni fa e rimasto per mesi nel centro di accoglienza straordinario “Homo Diogene”, nella zona di Piombino, come richiedente asilo.

«Ho cominciato a raccogliere verdure nell’azienda agricola di Renello Tedeschi il 25 giugno 2018 fino alla fine di settembre dello stesso anno. All’inizio lavoravo al nero ma chiedevo ogni giorno di essere regolarizzato, richiesta che è stata accolta all’inizio di agosto. L’orario di lavoro? Era piuttosto lungo, generalmente dalle 5,30 del mattino fino alle 18 con una breve pausa pranzo Mentre la domenica si lavorava mezza giornata. C’erano una ventina di braccianti divisi in tre squadre e gestiti da tre persone di fiducia del titolare. La paga? Quella pattuita era di 5,50 euro l’ora, ma dei 2.876 euro che dovevo avere me ne sono stati dati poco più della metà».

Di testimonianze come questa che raccontano dello sfruttamento degli immigrati pagati poco più di due euro dall’azienda agricola “Vanessa” di Campiglia Marittima ce ne sono una decina. Tutte raccolte durante l’inchiesta della procura di Livorno che ha portato a una delle prime condanne per caporalato in Italia. Due gli anni di reclusione in abbreviato nei confronti dell’imputato (la pena è stata sospesa) accusato di aver sfruttato i lavoratori «approfittando del loro stato di bisogno, sottopagati e costretti a chiedere il permesso anche per bisogni fisiologici e non dovendo chiedere ulteriori pause per paura di essere licenziati».

Tra le pene accessorie nei confronti di Tedeschi, ci sono anche 8 mila euro di multa, il risarcimento del danno alle parti civili, tutti immigrati giovanissimi, da liquidarsi in separata sede con una provvisionale nei confronti di ognuno di 3 mila euro.

Ma è leggendo le dieci pagine delle motivazione firmate dal giudice Mario Profeta e depositate la settimana scorsa in cancelleria che si entra in un sistema di sfruttamento che iniziava dal reclutamento degli immigrati, che veniva effettuato da altri stranieri che già lavoravano per il titolare oppure dal figlio dello stesso imprenditore.

L’indagine

L’inchiesta condotta dai carabinieri dell’ispettorato del lavoro e dai colleghi del comando di Piombino è iniziata a fine novembre di due anni fa quando Angela Di Matteo, presidente dell’associazione Homo Diogene è stata informata dal titolare dell’azienda agricola che «numerosi extracomunitari volevano i soldi che gli spettavano e che lui non era in grado di corrispondere».

Da quel momento in poi è emerso un quadro inquietante che la stessa presidente ha raccontato agli investigatori spiegando come, perfino lei, credesse che nei campi lavorassero «con regolare contratto» solo cinque ospiti del centro di accoglienza e non gli undici che invece erano in realtà. Inutili (per fortuna) i tentativi da parte del titolare di comprare il silenzio dei braccianti dando loro 100 euro a testa e poi presentandosi un paio di giorni dopo con cinque assegni circolari per i lavoratori con regolare contratto.

le motivazioni

È nelle due pagine finali delle motivazioni che il giudice tira le fila del processo. «Tra la fine di maggio del 2018 e settembre successivo le otto persone offese (tre sono andate all’estero ndr) hanno lavorato per conto e alle dipendenze del Tedeschi con una paga di 5,50 euro l’ora e con un orario variabile: tra le nove e le undici ore a seconda delle prestanza fisica e resistenza dei braccianti. Si trattava – prosegue il giudice – di raccogliere frutta, ortaggi e verdure; un’attività che presuppone la necessità di piegarsi e rialzarsi continuamente e che, obiettivamente, richiede energie ben oltre i limiti di un ordinario rapporto di lavoro». Poi una sottolineatura che riguarda l’assenza di violenze e o minacce nei confronti degli immigrati che hanno raccontato come «l’orario di lavoro fosse collegato alla capacità del singolo bracciante di rimanere sul posto e di proseguire l’attività».

Ma il passaggio giuridico fondamentale per dimostrare il caporalato arriva negli ultimi capoversi. E si può sintetizzare in quattro punti: 1- È stato accertato lo sfruttamento della manodopera. 2- C’è stato un pagamento inferiore rispetto a quello previsto dal contratto. 3 - Appare in tutta evidenza l’approfittamento dell’altrui stato di bisogno. 4 - Il figlio del titolare e tre capi gruppo sempre stranieri stipulavano gli accordi a voce, ma era l’imprenditore a recarsi nei campi ogni giorno per verificare l’andamento dei lavori . —



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