Attenzione
Il caso Termine in Parlamento Il Pd presenta due interrogazioni
Fioccano le prese di posizione contro il Comune di Piombino Babboni (Opposizione Cgil): «A rischio tutti i lavoratori»
PIOMBINO. Finisce anche in Parlamento il caso del sindaco licenziato dal sindaco. Gli onorevoli del Pd Andrea Romano e Dario Parrini hanno annunciato una doppia interrogazione, il primo alla Camera e il secondo al Senato, sulla vicenda di Giacomo Termine, il sindaco di Monterotondo nonché impiegato del Comune di Piombino, licenziato da Francesco Ferrari in sostanza per assenteismo.
Termine, che ieri ha ribadito la propria posizione su un video su Facebook, da un anno era assunto a Piombino ma aveva usufruito dei permessi previsti dalla legge per assolvere al proprio mandato istituzionale, il secondo. Il 24 dicembre ha ricevuto una lettera firmata dal segretario generale Gianpaolo Brancati: «Siamo spiacenti – c’è scritto – di notificarle la volontà dell’amministrazione comunale di recedere dal rapporto di lavoro instaurato con il contratto sottoscritto in data 31/12/2018 per mancato superamento del periodo di prova ai sensi dell’art. 20 comma 6 del Ccnl Funzioni locali in data 21/5/2018, per le motivazioni di cui alla nota allegata. Il recesso ha effetto dalla comunicazione della presente». Le motivazioni le ribadisce anche oggi la lista Ferrari (vedi sotto), che parla di 62 giorni lavorati in un anno. Insomma, assenteismo. Per questo Termine, oltre al ricorso al giudice del lavoro, ha preannunciato una querela per diffamazione nei confronti di Ferrari.
Intanto fioccano le prese di posizione a sostegno di Termine. Alessandro Babboni (Opposizione Cgil) ricorda che le assenze «in realtà sono permessi previsti dalla legge per consentire a chi svolge cariche elettive di coniugare lavoro e servizio alla collettività senza voler scomodare l’articolo 51 della Costituzione. Anche a parti politiche invertite saremmo stati dalla parte del lavoratore e dei suoi diritti, ma tale vicenda pone interrogativi su quale sia la concezione di democrazia da parte dell’amministrazione Ferrari». E in particolare «cosa succederà quando in prova sarà una lavoratrice in maternità o un lavoratore che dovesse usufruire dei congedi parentali o che debba accudire un parente?». Babboni fa appello a Ferrari «affinché eviti di far tornare Piombino ai disonori della cronaca ritirando il licenziamento, non impelagandosi in una causa di lavoro che potrebbe vedere l’amministrazione dover riassumere il dipendente, pagare mancati stipendi, versamenti contributivi e infortunistici, interessi vari, spese processuali ecc. magari anche con l’intervento della Corte di Conti che potrebbe imputare un danno erariale».
Intervengono anche Federico Giusti (Sgb, Sindacato generale di base) e Maria Teresa Turetta (Cub, Confederazione unitaria di base): «A noi non interessa la polemica politica ma la sostanza. Al datore spetta l’onere di dimostrare le cause del recesso e se tra queste dovessero esserci le troppe assenze per permessi concessi dalla legge saremmo davanti a un arbitrio. E l’arbitrio andrebbe a colpire chi ha scelto di onorare gli impegni politici senza rinunciare al proprio lavoro assumendosi oneri non indifferenti. In tempi nei quali la politica è attraversata da trasformismi sarebbe un esempio di cui andare fieri, saremmo meno fieri invece che si assumessero decisioni discriminatorie verso i lavoratori giudicando i permessi per motivi politici o per altra ragione non un diritto ma una sorta di privilegio, anzi un arbitrio». —
A.d.G.
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