Il Tirreno

Viaggio nel mondo colorato di Paola, dove l’arte è di casa e niente è impossibile

m. a. schiavina
Viaggio nel mondo colorato di Paola, dove l’arte è di casa e niente è impossibile

La venturinese Salvestrini ha fatto della pittura la sua scelta di vita: gestisce uno showroom dove espone le sue opere «Cerco di dare un messaggio positivo, di speranza, in un mondo già tanto provato e oggi particolarmente insicuro»

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l’intervista

m. a. schiavina

Nata a Venturina, da una famiglia di orologiai, la pittrice Paola Salvestrini, che ha fatto dell’arte la sua scelta di vita, è sposata con un artigiano di origine bergamasca, che per motivi familiari ha dovuto invece interrompere un percorso pittorico di successo. «Leonardo – spiega Paola, che da ieri espone in una mostra al Tombolo di Marina di Castagneto – dopo la morte del padre si è ritrovato a dover aiutare la mamma e il fratello più piccolo, così ha deciso di mettere da parte tele e cavalletti, trasformandosi in orafo, mestiere che fa ugualmente con passione, e spesso mi aiuta nella realizzazione dei monili che invento».

La Salvestrini gestisce anche uno showroom, nella zona pedonale di Venturina dove espone le sue opere, ma anche quelle di altri artisti. «Perché – afferma – oltre la pittura per me c’è solo la pittura e il mio mondo ruota esclusivamente intorno a quello dei colori, fin da quando, da bambina, mi hanno messo in mano fogli e matite, permettendomi di esprimere la mia fantasia in un gioco meraviglioso».

Quando si è avvicinata concretamente alla pittura?

«A 14 anni. Fui notata dal maestro Carlo Guarnieri, che per molti anni mi accolse nel suo studio e mi insegnò la tecnica del pastello».

Oggi quali sono gli artisti cui guarda con emozione?

«Mi affascina la pittura medievale, un tipo di pittura con stenditure piatte e colori vivi».

Che impressione vorrebbe suscitare in chi osserva i suoi dipinti?

«Cerco di dare un messaggio positivo, di speranza, in un mondo già tanto provato e oggi particolarmente insicuro».

Si è laureata con una tesi sull’artista Kandinskij, uno dei padri dell’astrattismo...

«Nel periodo dell’Accademia, frequentavo un corso di calligrafia giapponese. Dallo studio di quest’arte, in qualche modo legata alla gestualità è nata la passione per gli artisti che già nei primi anni del Novecento, studiavano le correlazioni, tra colori, segni, simboli e sentimenti, proprio come Kandinskij, che mi ha attratto in modo particolare».

Come si è trasformata invece nel tempo la pittura di Paola Salvestrini?

«Dopo un periodo astratto è arrivata la necessità del figurativo, che è stata più forte, e lo è ancora, perché mi permette di raccontare le storie a modo mio, con pennelli e colori».

Come sceglie i soggetti e come arriva alla definizione di un quadro?

«Uno sguardo, una situazione, un colore, un profumo, un suono...Tutto ciò che stimola il mio interesse mi invita a creare. E spesso, anche tutte queste cose insieme, fertilizzano l’idea per un quadro. Anche i viaggi sono per me portatori di idee, tanto che, al mio ritorno a casa, ho spesso voglia di trasferire ciò che ho visto sulla tela».

I colori che usa esprimono sempre il suo stato d’animo?

«I colori esprimono gli stati d’animo di tutti. Dopo un periodo triste della mia vita, per esempio, dipingevo solo in bianco e grigio: feci una mostra a Campiglia, intitolandola “Orme nella sabbia - piccole tracce lasciate dal nostro passaggio”. Adesso invece il colore è predominante e per me fondamentale».

La sua pittura riprende, sia pure con l’arte e l’esperienza dell’adulto, i disegni dei bambini. L’infanzia è un mondo che l’attira?

«Moltissimo. Forse perché non sono mai diventata mamma, dentro di me c’è ancora la bambina... Una volta mi è stato detto che avrei dovuto eliminare la parte di infantilismo. Ma se l’avessi fatto, avrei cancellato la mia più grande fonte di ispirazione, perché, così come i disegni infantili, le mie opere non ricercano la perfezione tecnica, ma l’intensità dell’idea da rappresentare».

Dipinge in studio o all’aperto? E per creare preferisce il giorno o la notte?

«Dipingo di giorno e in studio, ma amo fare carnet de voyage, che mi permettono di fissare ciò che mi emoziona nello stesso momento. Quando andai in Giappone anni fa, non portai volutamente la macchina fotografica e, ogni volta che riguardo il carnet nato da quel viaggio, provo le stesse intense sensazioni che la magia del Paese ha saputo regalarmi».

Quanto incide la voglia di raccontarsi nelle sue opere?

«Moltissimo, perché se esteriormente, come tutti, sono preoccupata per quello che mi circonda, dentro di me, c’è un mondo di speranza che vuole uscire e manifestarsi nel solo modo che conosco».

E la memoria?

«Fa parte della mia vita e mi aiuta a trovare ispirazione, anche se in modo inconscio. Tempo fa domandai a una zia cosa pensasse dei cavallini che inserivo nei miei quadri senza saper dar loro un’origine. E lei rispose che forse, inconsciamente, ritornavo al periodo in cui, bambina, andavo spesso sul calesse con il mio nonno materno domatore di cavalli».

Un suo dipinto nasce velocemente o lentamente?

«Il percorso non è mai lo stesso. Certe volte una tela è già pronta prima di nascere. In altri casi devo lasciarla “in attesa”. Come spesso accade nel rapporto con le persone».

Come mai ha intitolato il progetto della mostra “Cose impossibili? ”

«Nei miei dipinti mi diverto a inserire situazioni o cose impossibili rispetto al contesto rappresentato. Questo perché vorrei strappare un sorriso all’osservatore. Ma anche perché l’accoglienza della diversità si tramuta in creatività. In uno dei quadri che ho realizzato “L’ammaestratore di colibrì”, il ragazzo non si domanda se è possibile o no ammaestrare un colibrì, semplicemente ci prova... Credo che sia importante portare avanti le proprie aspirazioni, perché la fatica è sempre meglio della resa».

In questi giorni a Roma (e fino a tutto marzo) c’è una mostra su Frida Kalho, artista che ha messo la sua sofferenza nell’arte. La sofferenza aiuta l’ispirazione?

«Sì. Ognuno di noi nel suo vissuto ha le sue spine e anche per me la pittura ha avuto e ha tuttora una funzione terapeutica importante». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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