Il Tirreno

ospedale, Il racconto  

«Hanno dimesso mia madre, ma aveva contratto il super-batterio»

Luca Centini
«Hanno dimesso mia madre, ma aveva contratto il super-batterio»

Parla il figlio di un’elbana di 88 anni: «Ormai da luglio mamma vive in isolamento, non possiamo toccarla»

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Quando ha sentito l’assessore regionale alla sanità Stefania Saccardi dire che la Toscana è stata «tempestiva nel mettere in atto tutte le misure necessarie» per fronteggiare l’emergenza del super batterio New Delhi, ha provato risentimento. E subito ha pensato alla madre chiusa in una stanza di una residenza sanitaria assistita da tre mesi, costretta a trascorrere gli ultimi giorni della sua vita in isolamento. Il racconto è di un cittadino elbano che si è rivolto al Tirreno ma, per motivi di privacy, non ha voluto rendere nota la sua identità. È il figlio di una anziana di 88 anni, ospite di una rsa dell’isola, colonizzata dal batterio Klebsiella Pneumoniae (di cui il New Delhi è una variante particolarmente resistente), non aggredibile dalle terapie antibiotiche.

«Non c’è modo di curarla – racconta il figlio – purtroppo mia mamma è destinata a vivere gli ultimi suoi giorni di vita da isolata. È triste. Lei c’è sempre con la testa, sta capendo quello che le sta succedendo». Un dramma familiare, dunque. Ma non solo quello, secondo quanto racconta il cittadino elbano che ripercorre - passo dopo passo - la vicenda sanitaria che ha riguardato l’anziana madre.

Andiamo per gradi. Lo scorso mese di giugno l’anziana è stata ricoverata due volte nel giro di pochi giorni nell’ospedale di Portoferraio. «La seconda volta – racconta il figlio - è stata dimessa e riportata alla rsa senza neanche fossimo avvertiti. Andavo a trovarla in ospedale tutti i giorni, ho saputo delle sue dimissioni quando non l’ho più trovata nel reparto». Ma il punto non è questo. «Quando è tornata nella struttura mamma non stava bene – racconta il figlio – è stata solo l’intuizione del nostro medico di famiglia, nei primi giorni di luglio, a segnare una svolta. Forse sapeva dell’esistenza di alcuni casi in ospedale, ha chiesto che venisse compiuto il tampone rettale, che nel presidio portoferraiese non era stato fatto. A quel punto è stato rilevato il batterio». Quello che, tuttavia, ha fatto arrabbiare il cittadino elbano è la totale assenza di profilassi e di precauzioni in seguito alle dimissioni della madre (in quella fase non vi era l’obbligo di sottoporre i pazienti al tampone). «È stata a contatto con gli operatori della rsa che si prendono cura di lei, con altri pazienti e con noi familiari – racconta – avevamo con lei contatti continui, senza alcuna precauzione. Non so quanto abbiamo rischiato». Occorre precisare che il livello di infettività, hanno spiegato più volte le autorità sanitarie, è molto bassa tra i portatori del batterio e le persone sane. Non a caso i contagi sono quasi esclusivamente limitati alle strutture sanitarie e tra pazienti già fortemente debilitati. La stessa Saccardi, nei giorni scorsi, ha negato l’ipotesi di un’emergenza, spiegando come non debbano «essere messe in atto strategie specifiche per la prevenzione dello sviluppo di batteri se non le comuni regole igieniche della vita quotidiana e l'uso corretto degli antibiotici».

«Eppure adesso per trovare mia mamma devo necessariamente entrare con mascherina, guanti e calzari. Non potrò più toccare la sua pelle, né darle un bacio – racconta – questo vuol dire che il rischio di contagio, pur basso che sia, è presente. Mamma, se non fosse stata ospite di una struttura, sarebbe tornata a casa: non avremmo avuto alcuna indicazione su come ci saremmo dovuti comportare».

Il cittadino elbano ha capito di essere coinvolto nella questione Klebsiella Pneumoniae, New Delhi e dintorni solo a settembre, quando stava guardando il tg regionale.

Poi, come a ricomporre le tessere di un puzzle, ha ricostruito a pieno la vicenda. «È probabile che mia madre rientri in un gruppo di pazienti colonizzati dal batterio prima che la vicenda esplodesse a livello mediatico, temo che non vi fosse ancora una preparazione adeguata nelle strutture sanitarie». È in questo scenario che si fa spazio il dubbio nella mente dell’elbano. Impossibile da ignorare, considerate le dimissioni della madre senza che le venisse rilevato il batterio. «Forse anche gli altri pazienti non furono isolati così rapidamente – racconta – magari, in quel caso, mamma non avrebbe contratto il batterio e, quindi, avrebbe vissuto l’ultima parte della sua vita assieme a noi, senza questa tortura dell’isolamento. Per questo quando sento dire che la situazione è stata gestita in modo perfetto mi arrabbio. Spero che gli organi e le autorità competenti facciano luce su questa vicenda e accertino, se ce ne sono, eventuali responsabilità su ciò che sta accadendo». —

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