Il Tirreno

le critiche di legambiente  

«Bonifiche, col piano Invitalia i cumuli restano dove sono»

«Bonifiche, col piano Invitalia i cumuli restano dove sono»

Per l’associazione con oltre 21 milioni di euro, falda in sicurezza solo per metà creando con gli scavi altre decine di migliaia di metri cubi di rifiuti da stoccare  

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PIOMBINO. Soldi spesi male per un progetto di bonifica della falda che non risolverà i problemi e anzi ne potrebbe provocare di nuovi. È questo in sintesi il giudizio di Legambiente sul progetto presentato da Invitalia, «che presenta molte criticità. Il progetto riguarda solo la messa in sicurezza della falda – si legge in una nota – dal punto di vista idraulico, con un fossato intorno, anche con barriere fisiche (palancolature dalla parte del Corniaccia), pozzi di emungimento e depuratore delle acque. Si stima che si spenderanno 21.190.000 euro dei 50 milioni stanziati ma si rimanda a un altro progetto l’intervento sui terreni, in particolare, la rimozione dei cumuli che deve precedere la messa in sicurezza dei terreni con interventi di risanamento e parziale impermeabilizzazione delle superfici per un minor afflusso di acque meteoriche nel sottosuolo». Insomma, per Legambiente si tratta di «un progetto di messa in sicurezza idraulica per metà che arriva a essere presentato dopo cinque anni dallo stanziamento dei fondi, che rimanda una parte fondamentale a chissà quali tempi. Non parliamo poi delle bonifiche del sottosuolo». Per l’associazione ambientalista poi ad aggravare questo quadro si aggiunge il fatto che, «invece di liberare le aree, si accumulano nuovi materiali derivanti dallo scavo della trincea drenante e dalla realizzazione del marginamento fisico. Si prevede di scavare circa 111.840 metri cubi di materiale, di cui si stima soltanto circa 21.403,5 metri cubi da gestire come rifiuto. Probabilmente i rifiuti saranno più di quelli stimati, ma una gran parte di essi saranno classificati come terre di scavo, prive di inquinanti di rilievo. Per gestire queste terre di scavo si costruiscono, si dice “tre manufatti che saranno utilizzati per lo stoccaggio… (che) dovranno essere dotati di copertura rimovibile”. In questo modo esistono i presupposti perché lo stoccaggio, di poco meno di 100mila metri cubi, diventi permanente».

Dunque secondo Legambiente «non si tiene conto che di materiali, anche pericolosi, stoccati su quei terreni ce ne sono milioni di tonnellate e che stoccarne altri è un assurdo. Oltretutto, se si tratta di terre di scavo, queste possono essere riusate per ripristini ambientali, ma anche, ad esempio, per ricoprire la discarica qualora avessero le caratteristiche richieste dalle norme. Insomma, invece di spendere soldi pubblici per costruire manufatti e stoccare i materiali, si possono incassare soldi dalla loro vendita e non intasare ulteriormente le aree industriali».

Il problema è infine che «di fatto ancora non esiste un progetto per togliere i rifiuti anche pericolosi che rimangono a cielo aperto – sostiene Legambiente – e mandano sul territorio polveri di sostanze tossiche e cancerogene. Finché non ci sarà una struttura locale, un ente strumentale che lavora costantemente sulle scelte e i progetti di bonifica, è difficile che le bonifiche procedano celermente e nel verso giusto, non è possibile delegare tutto a Invitalia. La bonifica delle aree industriali è particolarmente importante non solo per il risanamento ambientale e per favorire anche altre economie (turismo e nautica), essa è vitale per la rinascita dell’occupazione portuale e industriale. Su quelle enormi aree – è la conclusione – possono insediarsi aziende attratte da convenienze finanziarie, infrastrutturali e di servizi». —



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